Vita ecclesiale
Catechesi sui Salmi- a cura del Professor Paolo Paoletti

1° Incontro

Quest’anno la Chiesa Fiorentina propone alla nostra meditazione ed alla nostra preghiera alcuni Salmi tratti dalle Lodi mattutine delle quattro settimane che ritmano la preghiera quotidiana della chiesa nella Liturgia delle Ore. Non abbiamo in genere familiarità con il Libro dei Salmi dell’Antico Testamento; nella migliore delle ipotesi ci limitiamo a leggere o a cantare alcuni Salmi durante le lodi o i vespri nelle nostre comunità, senza molto capire, limitandoci a qualche breve personale emozione da essi suscitata. Perciò è utile elencare i quattro metodi di lettura per svelarne i tesori:
- Metodo storico-letterale: per capire il contesto, l’occasione storica della scrittura dei Salmi;
- Metodo cristologico: per coglierne il riferimento a Gesù; in fondo è Gesù stesso, che citando versetti di salmo, ci indica questo metodo: i Salmi ci parlano di Lui, nuovo Re d’Israele;
- Metodo ecclesiale: i Salmi hanno continui riferimenti alla comunità dei credenti, cioè a noi;
- Metodo personale: i Salmi riguardano anche la nostra vita personale: basti ricordare il “De profundis” ed il “Miserere”.

“Salmo” significa “canto accompagnato da strumento musicale a corda”; tale strumento si chiamava “Salterio”, parola che ora indica l’intera raccolta dei Salmi, che sono in tutto 150, divisi in 5 parti, e di cui circa la metà (74) sono attribuiti a David. Come l’intera Sacra Scrittura, anche il Salterio è parola di Dio; anzi, i Salmi ci insegnano a rivolgerci a Dio nella preghiera con le parole che Egli stesso ci propone ed ispira, come avviene col “Padre Nostro” nel Vangelo…Poiché i Salmi sono sempre stati la preghiera ufficiale di Israele, anche Gesù fin da bambino ha pregato il Padre con i Salmi, nella sinagoga di Nazareth o nel Tempio di Gerusalemme: anche noi dobbiamo pregare così!
Da un punto di vista letterario, i Salmi sono poesie o preghiere espresse nel linguaggio poetico, che sa dire l’indicibile; essi riflettono il mistero di Dio e il destino dell’uomo, che necessariamente nella vita attraversa le più varie esperienze: ecco perché possiamo distinguere Salmi di lode e di supplica, di lamentazione e di ringraziamento, di penitenza e di pellegrinaggio. Ma se i Salmi possono esser paragonati ad un caleidoscopio della condizione umana, il loro scopo ultimo consiste nella pura lode di Dio per le sue opere di creazione e per i suoi interventi di salvezza nella storia delle persone e dei popoli; e la lode è la forma più alta di preghiera, perché è mossa da una gratuità totale.

I Salmi e il Vangelo.

Abbiamo già riflettuto su come Cristo stesso abbia pregato con i Salmi e ne abbia esplicitamente citati alcuni, riconoscendovi parole che Lo riguardavano: già questo basterebbe a sottolineare il legame fra i due Testamenti…I passi dell’Antico Testamento più citati nel Nuovo sono, insieme ad Isaia, proprio i Salmi: di questi ultimi sono riportati ben 78 versetti! Ma ad esaurire l’argomento bastano le parole di Gesù Risorto in Luca 24,44: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi”.

SALMO 5

Il Salmo 5 si può definire una preghiera di introduzione al cammino quotidiano della vita; proprio per questo è possibile che fosse una delle preghiere del mattino che si recitavano al tempio prima di affrontare il nuovo giorno, per disporre l’animo nel giusto atteggiamento di fronte alla vita. Nella vita come nel Salmo tre sono i personaggi che interagiscono: il Tu che è Dio, l’Io del salmista che parla e prega con noi, i malvagi, coloro che Dio non apprezza. Nel nuovo giorno, come nella vita, si porrà all’uomo la drammatica alternativa: scegliere di stare con Dio (e allora c’è sicurezza, gioia, esultanza) oppure allontanarsene con la malvagità (il peccato) a sua perdita e rovina. Sulla base dei tre personaggi anche il Salmo si può dividere in tre parti, precedute da un’introduzione e seguite da una conclusione: l’introduzione (vv. 2-4) contiene la classica formula di preghiera con cui l’orante invoca fiducioso l’ascolto da parte di Dio; la prima parte (vv. 5-7) riguarda il Tu di Dio con il suo atteggiamento nei confronti dei malvagi; nella seconda parte (vv. 8-9) è protagonista l’Io di colui che prega con fiducia Dio, invocato come protettore e guida lungo il cammino della vita; la terza parte (vv. 10-11) mostra la sorte dei malvagi che per il male compiuto riceveranno male; nella conclusione (vv. 12-13) sfolgora la gioia di chi si rifugia in Dio e riceve la sua benedizione. Ma il Salmo, oltre ai tre protagonisti della giornata e della vita, indica (v. 8) anche lo spazio privilegiato del cammino dell’uomo: la casa di Dio, il tempio, luogo della protezione e della benedizione divina.

Commento

Nei versetti dell’introduzione c’è l’invito ad una introspezione oggettiva, veritiera, senza ricerca di alibi o scusanti, della propria situazione spirituale e fisica; solo con questa premessa l’uomo riesce a parlare con Dio e ad ottenere il suo ascolto. Le parole con cui definisce la sua preghiera a Dio sono significative del suo stato d’animo, della sua situazione di dolore e di peccato, delle sue necessità: “mie parole, mio lamento, mio grido, mia preghiera, mia voce, mia richiesta”. Soltanto a queste disposizioni d’animo di partenza corrisponde la speranza di un ascolto da parte di Dio. I tre versetti seguenti che hanno come protagonista il Tu di Dio, ci presentano Jahweh come un Dio che non ammette il male in nessuna sua forma: “non gode del male…non ospita il malvagio…ha in odio le malvagità…distrugge la menzogna…detesta sanguinari e ingannatori”. Non è pertanto possibile mettersi davanti ad un simile Dio con il cuore e la vita macchiati, intrigati dal peccato in un modo qualsiasi, fin dal primo mattino…È necessaria un’opera di purificazione e di riposizionamento del nostro essere, se ci vogliamo metter davanti all’Essere tutto Puro, tutto Santo, tutto Buono e Vero. Allora l’orante, colmo di fiducia e sicurezza nel Dio giusto e misericordioso può entrare nella casa di Dio e intraprendere e continuare il cammino della vita: entrare nella casa di Dio significa ritrovare la vera posizione davanti a Dio che è di adorazione, fiducia, abbandono totale; significa anche l’entrata nel suo abbraccio d’amore. Nel cammino quotidiano della vita l’esperienza fatta dell’amore di Dio diventa guida sicura per andare avanti nella giustizia in un percorso pieno d’insidie (“i miei nemici”) e irto di ostacoli (“spianami il cammino”). Quanto ai personaggi malvagi, seduttori e mentitori dei quali il salmista chiede condanna e soppressione, non sono in verità personaggi reali, concreti, ma piuttosto sono personificazione di tutto ciò che allontana da Dio e dalla sua strada di giustizia. Certo i malvagi esistono: essi sono l’immagine di ciò che possiamo diventare nella nostra giornata terrena, allontanandoci da Dio. L’invettiva del versetto 11 non è contro qualcuno in particolare, ma contro ogni possibile cedimento al male lungo il decorso della nostra giornata o della nostra vita. Il Salmo si chiude con un invito a quella gioia (“gioiscano, esultino, si allietano”) che può sperimentare solo chi rimane nell’amore di Dio e nella sua giustizia, sotto l’ala della sua benevolenza e protezione.

Attualizzazione

• La realtà quotidiana del mondo in cui viviamo, con la sua violenza, l’ingiustizia, la fatica, le difficoltà e tutti i suoi drammi ci dà occasione di sgomento, di paura, di lamento. Che fare? La Scrittura ci invita a trasformare tutto questo in preghiera, per non esserne delusi e vinti.
• Dio non sopporta il male e proprio per questo usa misericordia…Però non si verifica questa immensa misericordia senza di noi, senza che la accogliamo con cuore contrito e umiliato.
• Dono di Dio per il cammino umano è la gioia, frutto di un cuore purificato, non attaccato al male e che pone la sua fiducia in Dio al quale si abbandona. Non si può esser credenti tristi!

Spunti di riflessione

- Per noi cos’è la preghiera? Fuga dalla realtà, consolazione spirituale o esercizio di speranza?
- Perché la “gioia” genuina sta diventando così rara nel nostro mondo e perfino nella Chiesa?
- Come rispondiamo ai bisogni di chi subisce oppressione e violenza? Si sa essere loro voce?



2° Incontro - SALMO 8

Il Salmo 8 è solitamente intitolato “Potenza del nome divino”, ma potremmo anche aggiungere “...e dignità (grandezza) dell’uomo”. È un Salmo di lode e, come abbiamo già detto, nei Salmi la lode è elevata a Dio per due particolari ragioni: la grandezza e bellezza della creazione, la gratuità amorosa dei divini interventi di elevazione e di salvezza dell’uomo nella sua storia. Creazione e redenzione!.. Questo Salmo 8 è probabilmente un inno che veniva cantato in una qualche celebrazione notturna sullo sfondo del firmamento stellato di una notte orientale, pervaso com’è dallo stupore di un simile spettacolo di bellezza-grandezza della natura: la sua magnificenza, in una parola.
Ma una prima difficoltà ci viene data dall’espressione “Su i Torchi” che leggiamo nell’indicazione introduttiva (versetto 1). I “torchi” sono probabilmente strumenti a corde (arpe?) o motivi melodici filistei; ma potrebbero semplicemente accennare ai “frantoi”, strumenti per ottenere vino e olio dall’uva e dalle olive; ma l’accenno ai prodotti ultimi dei campi e del lavoro umano può volerci dire che il frutto di una fede vera e profonda è la lode pura e disinteressata di Dio…
Nello stendere il testo del Salmo David (o chi per esso) adotta il metodo dell’inclusione, cioè pone il grande inno al Dio d’Israele e di tutta la terra fra due strofe uguali (versetti 2 e 10) e al centro del Salmo pone una prima parte che contiene l’ammirazione per la bellezza del creato e l’esaltazione di Dio (versetti 2-5) ed una seconda parte (versetti 6-9) dove è espresso lo stupore, per contrasto, della grandezza dell’uomo, signore dell’universo per volontà amorosa di Dio. E il Salmo termina com’è iniziato, con un’espressione di lode a Dio e al suo nome.

Commento

Per pregare degnamente con questo Salmo bisogna entrare nello spirito del salmista, che si presenta coinvolto non da una generica emozione di fronte alla bellezza e grandezza del creato, ma eleva la sua lode ad un Dio personale – e non fumoso e indistinto –, cioè al Dio “nostro”, che si è rivelato a Israele e gli ha confessato il suo nome, cioè la sua essenza più profonda (“Io sono”), il quale non è un nome vero e proprio, come intendiamo noi, perché Dio non ha bisogno di distinguersi da nessun altro essere, ma è un fatto e cioè: “Io esisto!” (Benedetto XVI). Ma, nell’ambito del creato, è la vita dei bambini e dei lattanti che nel paradosso della sua inerme potenza diventa il più forte argomento di resistenza e l’arma vincente contro “nemici e ribelli” di Dio, che vengono ridotti al silenzio!...La “magnificenza” di Dio si innalza così veramente sopra i cieli in questo paradosso d’amore. A questo punto è impossibile non ricordare l’amore ed il rispetto di Gesù per i bambini, estraneo alla cultura della società ebraica e degli altri popoli di quei tempi. In particolare questo versetto 3 viene citato per due volte nel Vangelo di Matteo: una prima volta, quasi a suo commento, ma fatto da Gesù, nel passo del vangelo rivelato ai piccoli (11,25); una seconda volta viene citato in parte da Gesù dopo il suo ingresso trionfale in Gerusalemme e la cacciata dei venditori dal tempio (21,16).
Oltre alla contemplazione della vita che sorge e cresce nei lattanti e nei bambini, lo spettacolo che più ci richiama alla potenza e magnificenza del Creatore è quello di una notte stellata: un mistero con un fascino cui nessuno può sottrarsi; ma nel suo stupore l’uomo resta da un lato sgomento (spazio infinito, numero incommensurabile di stelle, silenzio profondo…) e da un lato commosso, se lo stupore è religioso (chi?, come?, perché?) e se richiama l’immagine di un Dio artista immenso che con le sue dita stende il firmamento e, per illuminare la notte e il giorno, vi appende le stelle e la luna oppure il sole (Genesi 1,16): particolare importante in un mondo dominato dall’idolatria che vede nel sole, nella luna e nelle stelle delle divinità da adorare, mentre Israele li vede come degli splendidi “lampadari” o “candelabri” posti da Dio in cielo per illuminare il tempo dell’uomo.
È naturale, spontaneo a questo punto – ed esperienza comune – abbassare lo sguardo all’uomo che è piccolo, finito, debole “come un soffio” o “come il fiore del campo” (la Bibbia dice in altre parti) e confrontarlo con una tale celeste immensità: si svela così il paradossale mistero dell’essenza umana, dell’uomo che è piccolo, ma nello stesso tempo grande, per volontà di Dio-creatore che lo ha dotato di una grande dignità, tanto da essere considerato “poco meno di un dio” [ma un’altra traduzione, altrettanto valida e accettata, recita “poco meno degli angeli”; tuttavia il significato resta intatto] , ”coronato di gloria e di onore”! Ciò, perché Dio “gli ha dato potere sulle opere delle sue mani / tutto ha posto sotto i suoi piedi”: perciò l’uomo è come il sovrintendente di Dio nella creazione; a lui infatti il creatore chiese di dare i nomi a tutti gli animali creati quasi ad affidarglieli in possesso e signoria (Genesi 2,19). L’uomo è così indicato come il signore e il vertice della realtà creata: tutto serve a lui, tutto è in funzione di lui…Che grandezza, che dignità, ma anche…che responsabilità! I versetti 5-7 del Salmo 8 sono riportati quasi di sana pianta nella Lettera agli Ebrei (2,5-9).
Il salmista fa quindi un elenco sommario degli animali soggetti all’uomo sulla terra, nell’aria e nel mare; nella cultura del tempo non si poteva pensare altrimenti nel definire il dominio dell’uomo. Oggi potremmo anche aggiungere l’aria, la terra e il mare stessi; il regno animale, vegetale e minerale; non solo, ma perfino la luna, le comete, i pianeti, l’infinitamente grande (lo spazio e l’energia) e l’infinitamente piccolo (elettroni, protoni, atomi)…

Attualizzazione

- Un primo insegnamento che ci viene da questo Salmo è la preghiera di contemplazione e di lode, suscitata, accompagnata o seguita allo stupore di fronte alla bellezza della creazione. Ma questo Salmo ci suggerisce di stupirci anche di fronte al miracolo della vita, in specie a quella dell’uomo fin dalla sua prima infanzia: un miracolo continuo la cui potenza vince il male del mondo e l’ostilità dei cattivi.
- Da questo Salmo si apprende che l’uomo è sempre pensato, ricordato e amato da Dio, che, pur tanto immenso e potente, perfino nell’immensità del creato e delle sue meraviglie guarda a questo piccolo “nulla” che è l’uomo (dunque anche a me…) con tenerezza e fiducia, a un punto tale da affidargli il “potere sulle opere delle sue mani” e da consegnargli l’universo.
- Il Salmo svela con straordinari accenti poetici il grande mistero dell’uomo: egli è infinita-mente piccolo (“che cos’è l’uomo?”) di fronte all’immensità del cosmo e della creazione che paiono schiacciarlo; ma al tempo stesso è più grande di tutto ciò (“fatto poco meno di un dio”), perché dotato di intelligenza, consapevolezza, coscienza, capacità d’amore. L’uomo è il vertice e il signore della creazione: è il fine di tutto e tutto serve a lui, che al contrario non serve a nessuna cosa creata. Pregare con questo Salmo significa assumersi la responsabilità di questa grandezza e dignità ritrovata…
- Siamo culturalmente abituati a contrapporre Dio e uomo, cielo e terra, anima e corpo, cose visibili e cose invisibili. In questo Salmo, la contemplazione dell’infinita bellezza di Dio creatore ci fa recuperare il senso della bellezza della terra ed in particolare dell’uomo. Si potrebbe dire che siamo davanti ad un grande e santo “materialismo cristiano”!

Spunti di riflessione

- L’uomo contemporaneo ci sembra capace di stupirsi davanti agli spettacoli della natura?
- Gli spettacoli possono essere terribili e paurosi oppure dolci e sereni. Dov’è Dio (1 Re,11)?
- Siamo capaci di stupore religioso di fronte a un cielo stellato, a un lattante, a un bambino?
- Se sì, lo stupore è via privilegiata per conoscere Dio o sfocia da subito in un canto di lode?



3° Incontro - SALMO 23

Il Salmo 23 è di solito intitolato “Liturgia di ingresso al santuario”, poiché ha chiare motivazioni liturgiche di ingresso al Tempio (“salire il monte del Signore”, “alzatevi, o porte e soglie antiche”, “entri il re”). È molto usato anche nella liturgia cattolica, come “salmo invitatorio” (all’inizio della preghiera quotidiana della Chiesa) ed anche nel contesto dell’Ufficio della Madonna e di diverse e grandi feste (Natale, Sabato Santo, Ascensione). Tre sono i fondamentali temi del Salmo, intrecciati tuttavia con altri motivi di meditazione e di canto:
1) Sovranità di Dio sulla creazione, perché Lui l’ha fatta e tutta Gli appartiene (Versetti 1-2);
2) Giuste e rette disposizioni dell’uomo per accedere alla presenza di Dio (Versetti 3-6);
3) Celebrazione trionfale di Dio, Re e Signore, che viene ed entra nella sua casa (Versetti 7-10)

Ai tre temi corrispondono le tre strofe formate dai versetti indicati. Ma il concetto unificante di tutto il Salmo è che l’intero spazio in cui l’uomo vive il suo rapporto con Dio (cioè la creazione tutta e il Tempio) appartiene a Dio (Salmo 5,8); anche noi uomini siamo suoi in forza della creazione, ma il rapporto con Lui esige adatte disposizioni, grazie alle quali possiamo sperimentare la sua vicinanza gloriosa e vittoriosa e partecipare all’evento grandioso, trionfante della sua vittoria e del suo avvento finale. Come sottofondo a questa idea di base, il salmista ci tratteggia con pochi richiami il concetto di una lotta continua tra il nulla, il caos, il buio (“stabilire sui mari e sui fiumi”) su cui Dio trionfa con la creazione, come anche le forze che si oppongono a Dio ed al suo rapporto con l’uomo (“il peccato, la menzogna, l’idolatria…), ma non potranno impedire la sua vittoria.

Commento

Prima strofa (Versetti 1-2). Le brevi, concise affermazioni dei primi due versetti costituiscono una splendida sintesi della fede ebraica (e cristiana) in Dio creatore e Signore dell’universo e di ogni essere vivente che lo abita. Tale fede è così felicemente espressa che anche altri scrittori vetero- e neo-testamentari ripetono o citano queste frasi o simili: ad esempio San Paolo (1a Corinzi 10,26) o il Deuteronomio (10,14), e soprattutto vari Salmi. Vi si avverte infatti il senso della bellezza e della bontà della creazione per la sua origine da Dio, che tutto rende buono e si avverte anche, espressa molto chiaramente, l’idea dell’appartenenza di ogni essere a Dio, che ne è ragione di sussistenza e dipendenza, perché è Lui che l’ha fatto dal nulla. La strofa in breve riecheggia quanto è narrato nel 1° Capitolo della Genesi: la creazione dal nulla è opera divina che mette ordine nel caos primitivo: nulla e caos sono significati dalle acque del mare e dei fiumi, sulle quali Dio fonda e rende stabile il mondo, secondo l’antica concezione del cosmo. Il sorgere del creato dal caos indica pertanto la vittoria dell’essere sul nulla, la prima immensa vittoria di Dio che tuttora si realizza nella vita che rinasce (ricordare i lattanti e i bambini del Salmo 8!). L’atto di fede di questa prima strofa è come il preludio all’ingresso nel Tempio del “Re della gloria” espresso nell’ultima.
Seconda strofa (Versetti 3-6). Questa seconda strofa è come un dialogo tra i fedeli che salgono al monte del Signore e i sacerdoti addetti ad ammetterli nel Tempio per il culto in base a determinati requisiti. Le due domande del versetto 3 pongono la questione di fondo, dove “salire il monte del Signore” e “stare nel suo luogo santo” significano entrare in rapporto con Dio. Come si instaura tale rapporto, con quale “biglietto” si può accedere a Dio? Il salmista non elenca le numerose norme di ordine rituale per la purità legale necessaria per partecipare al culto nel Tempio (non aver avuto rapporti sessuali, contatti con lebbrosi, con cadaveri, con pagani e i loro idoli, non mangiare cibi proibiti, non lavarsi le mani etc.), una purità simbolo della purità morale e purtroppo alternativa ad essa negli ipocriti; piuttosto, in tre frasi (versetto 4), indica la purità delle azioni e delle intenzioni, significata dalle “mani innocenti” e dal “cuore puro” (si ricordi quanto dice al riguardo Gesù in Matteo 15,16), il distacco totale dagli “idoli”, cioè da tutti i punti di riferimento che non sono il Dio unico e vero, e infine la rettitudine nei rapporti col prossimo, non frodato e raggirato da giuramenti Anche il profeta Isaia (33,15) è molto esplicito sui requisiti di chi vuole, e può, “abitare in alto”! I versetti 5-6 sono come una dichiarazione positiva e solenne di entrata nel Tempio, attraverso il rito della benedizione e della dichiarazione di giustizia, cioè dell’eliminazione da sé del male in ogni sua forma. Questo caratterizza la generazione dei giusti che sinceramente è rivolta al Signore e lo cerca sempre e ovunque: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Matteo 5,8).
Terza strofa (Versetti 7-10). La strofa è composta sotto forma di dialogo strutturato su un invito (“alzate, o porte!”) seguito da una domanda (“chi è questo re?”) con la relativa risposta (“il Signore forte!”) e ripetuto due volte per dargli più solennità. Il pensiero corre spontaneamente ai gesti rituali dell’apertura delle Porte Sante delle quattro Basiliche romane nei Giubilei… L’incalzante richiesta alle porte e alle soglie di alzarsi è come l’invito a dilatarsi, ad elevarsi oltre misura, oltre i loro limiti strutturali, tanto è immenso Colui che deve passare attraverso di esse: anche il profeta Ezechiele fa cenno di questa porta impossibile in 44,2. Ma chi è Colui che deve entrare? Il Salmo lo ripete per ben cinque volte (in modo solennissimo, dunque): è il “Re della gloria”, il Dio vittorioso, eroe del suo popolo, che realizza la sua signoria su tutti e tutto! L’immagine è guerriera, come nel testo latino del Sanctus (“Deus Sabaoth” = Dio degli eserciti), ma vuole significare la sovranità universale di Dio su ogni essere. Il significato biblico di “gloria” è sia lo splendore infinito di Dio che la sua efficace presenza nella storia in ordine alla salvezza dell’uomo (Esodo 24,16; 1° Samuele 4,4; Amos 4,20; 1a Corinzi 2,8). Pertanto Dio è glorioso non solo per la sua magnificenza e maestà, ma soprattutto per la sua attiva presenza nella storia dell’uomo: sono, come abbiamo visto, i due motivi principali di lode nella Bibbia. Il Salmo 23 finisce perciò in un inno splendido e solenne di accompagnamento al corteo di Dio vincitore del male e della storia, che entra nella sua casa, seguito dai suoi fedeli ”eserciti”!

Attualizzazione
- “Del Signore è la terra e quanto contiene”. Tutto appartiene a Dio e tutto in Lui consiste, come canta San Paolo nell’inno della sua Lettera ai Colossesi (1,13). Questo significa che ogni essere vivente ha un suo valore, una sua positività, una bontà intrinseca che deriva dal suo rapporto fondamentale con Dio: è infatti voluto da Dio, da Lui creato con un proprio ruolo da svolgere nel creato e nella storia e a Lui destinato. Non siamo figli del caos, ma dell’amore di Dio, re vittorioso, che dà significato positivo alla nostra vita.
- “Chi salirà il monte del Signore? Chi ha mani innocenti”. La vita è buona se unificata, cioè se realizzata come unità d’intenzione, di espressione, di azione, con un punto unificante che è il rapporto con Dio (“cuore puro”, “mani innocenti”). Le domande del versetto 3 devono continuamente suscitare in noi il desiderio del bene, la sua attuazione nella vita. Ut unum sint
- “Chi è questo Re della gloria?”. È una domanda sempre attuale: chi dobbiamo far entrare nella nostra vita perché l’accompagni, l’aiuti, la riscatti e la salvi? Il Salmo 23 ci offre la risposta: il Signore vittorioso sul male ed anche sulla morte, perché Risorto, e quindi Re della gloria. La Bibbia termina con un pressante invito in tal senso: “Vieni, Signore Gesù!”.

Spunti di riflessione

- Nella nostra cultura religiosa c’è spazio anche per Dio-creatore oltre che Dio-redentore?
- Quali sono gli “idoli” della nostra epoca, cioè punti di riferimento ai quali ci rivolgiamo?
- Come riunificare la nostra persona, ristabilendo l’armonia fra intenzione e azione?



4° Incontro - SALMO 41

Il Salmo 41 risulta dalla fusione dei due brevi Salmi 41 e 42 e costituisce con il Salmo 43 che lo segue un’unica composizione. È intitolato nelle diverse Bibbie “Desiderio di Dio e del suo Tempio” oppure “Lamento di un levita esiliato”, più propriamente deportato dai nemici di Israele. È il primo Salmo del Secondo Libro dei Salmi e fa parte di una serie (fino al Salmo 48) che è detta “piccola collezione dei figli di Core”, cui viene attribuita la stesura del testo. Di Core si parla in Numeri 16,1-35: era della tribù di Levi e guidò una ribellione contro Mosè ed Aronne; fu punito da Dio, ma ebbe una discendenza di sacerdoti, custodi della liturgia e del culto. E infatti la parola nuova contenuta nella didascalia (“Muskil”) indica nella cultura ebraica una figura religiosa con capacità, ruoli e compiti ben definiti all’interno della comunità in ordine alla liturgia e all’insegnamento; è una parola che oggi potremmo tradurre in “sapiente” o “saggio”. È bene sottolineare come dal testo del Salmo si apprenda che il salmista, un levita, viveva lontano dal Tempio e da Gerusalemme (di cui aveva forte nostalgia), nella lontana Galilea, all’ombra dei monti Hermon e Misar sulle rive di un giovane Giordano, ma soprattutto in mezzo a pagani che lo disprezzavano per la sua fede. Per questo l’intero Salmo è pervaso da uno spirito di malinconia che quasi lo rende un Salmo di lamentazione e che nel contempo lo plasma come una bellissima struggente poesia caratterizzata da due movimenti dell’anima apparentemente contrastanti:
1) Fede nel Dio della vita e intenso desiderio di Lui e del Tempio con le sue liturgie
2) Sgomento, sconforto e paura in circostanze che fanno sentire Dio lontano, se non “morto”
Il salmista pertanto vive un doloroso dramma: mentre ricorda con commossa nostalgia il Tempio con le sue liturgie, le folle dei fedeli, i canti, le processioni, i sacrifici, la gioia della vicinanza a Dio, si sente costretto a vivere lontano da tutto ciò, in terra straniera, incompreso e sradicato; perciò egli rappresenta l’uomo interiormente lacerato che lotta tra la fede e la sfiducia. C’è un ritornello molto significativo al riguardo che si ripete due volte nel Salmo 41,6,12 e una terza volta nel Salmo 43,5, che però alla dolente domanda iniziale (“Perché ti rattristi, anima mia?”) porge una risposta forte e consolante di speranza (“Spera in Dio!”)

Commento

Il Salmo 41 è una bellissima poesia che si avvolge e si svolge attorno ai due temi principali dell’esilio (inteso sia come allontanamento forzato da un luogo fisico – Gerusalemme, il Tempio – sia come lontananza da Dio, sommo bene) e dell’acqua (intesa sia come fonte di vita per l’uomo sia come il simbolo del caos primigenio e della morte). In tal modo si intrecciano tra loro nostalgia e desiderio, sconforto e speranza, sofferenza e fiducia, dolce memoria del passato e paura per la situazione del presente. Si apre con un sospiro (versetti 1-2) carico di desiderio verso Dio, paragonato all’acqua che è essenziale all’uomo e rappresenta la vita: è questo un paragone particolarmente intenso per coloro che vivono in paesi aridi e bruciati dal sole, dove l’acqua è preziosa, e il cui pressante e continuo bisogno ben esprime l’anelito dell’uomo verso Dio. Un anelito e un’immagine (quella dell’acqua) che spesso ricorrono nella Scrittura: ad esempio in diversi altri salmi, oppure in Isaia 26,9 e nel cap.4 del Vangelo di Giovanni. Da sottolineare l’espressione “Dio vivente” del versetto 3 usata spesso nella Bibbia per distinguere Jahweh dagli idoli dei popoli confinanti, poveri oggetti di sola materia e senza anima. Con i versetti 4 e 5 il salmista descrive dal fondo del suo animo la tristezza del momento che sta vivendo e il ricordo struggente del Tempio di Gerusalemme e delle sue solenni, gioiose liturgie. L’attualità è particolarmente dolorosa per lui perché viene deriso e sbeffeggiato dai pagani che vivono intorno a lui nell’alta Galilea e gli rinfacciano la sua fede in un Dio che non si fa vedere e non lo protegge (dato che è un vinto deportato): “Dov’è il tuo Dio?”. E allora la sua memoria torna ai tempi felici, quando, spinto dalla fede e dall’entusiasmo, correva tra i primi nel salire al Tempio, seguito da una grande folla che cantava “canti di gioia e di lode” a Dio, in una grande atmosfera di festa…Come schiacciato dalla nostalgia il salmista si piega su sé stesso, si fa due domande esistenziali (“Perché?... Perché?”…) (versetto 6) ma si dà anche una risposta di speranza che illumina tutto il salmo, dato che si ripete anche all’ultimo versetto 12: “Spera in Dio!”, perché così ancora potrai renderGli lode! C’è bisogno infatti di speranza in un paese straniero, la cui ricchezza d’acqua, coi fragori delle sue cascate e le sue onde violente ben rappresenta le ondate di sventure e d’infelicità abbattutesi su un deportato sradicato dalla sua terra (versetti 7-8). Immagini e stati d’animo che si possono trovare descritti anche in altri passi della Bibbia (Malachia 2,17; Lamentazioni 3,20; Giona 2,4). Ma, sia pure nello sconforto e nelle avversità il Signore non abbandona il suo fedele: gli “dona il suo amore” di giorno, riempie di canto la sua notte e l’intero tempo diventa preghiera al Dio vivente, al Dio della vita. E la preghiera, mentre è espressione di fede in Dio (“Mia roccia!”), si scioglie in due angosciosi “perché?”: “perché mi hai dimenticato?” e “perché triste me ne vado oppresso dal nemico?”, il primo urlato anche da Gesù sulla croce, il secondo ripetuto anche nel salmo 43,2, tutti e due da interpretarsi in chiave cristologica (versetto 10). Con il versetto seguente (11) il salmista sembra voler spiegare la causa della tristezza nel cammino della sua vita: quanti lo circondano (i suoi avversari) lo insultano, gli “rompono le ossa”, martellandolo con la solita domanda che sottolinea la lontananza ed il doloroso silenzio di Dio, mettendone in dubbio la presenza e la volontà di soccorso; per la seconda volta, oltre che al versetto 4 risuona l’inquietante domanda “Dov’è il tuo Dio?”. A chiusura del Salmo il versetto 12, che ripete come un ritornello il versetto 6, sta a significare che l’ultima parola in questa crudele provocazione sarà non l’abbattimento e lo sconforto ma, come un tempo, la speranza e la lode di Dio.

Attualizzazione

- Questo Salmo, che è una preghiera stupenda, ci insegna a immedesimarci nell’appassionante desiderio di Dio che il salmista ci disegna nell’immagine della cerva e dell’acqua. L’uomo vive (o torna a vivere) solo se si abbevera alla sorgente della Grazia, della Verità e dell’Amore di Dio. Anche Gesù ha scelto l’acqua come “materia” essenziale di quel primo sacramento che è il Battesimo e, nella sua sete e amore per la creatura-uomo, ne ha chiesta un po’ anche alla Samaritana al pozzo di Giacobbe. Sete e acqua; desiderio di Dio e Grazia…Da ricordare anche il drammatico “Ho sete” di Gesù sulla croce, diventato il motto di Santa Madre Teresa.
- La nostalgia di Dio si accompagna nel Salmo anche alla nostalgia del Tempio, segno visibile e concreto con cui Dio si manifesta e si lega al suo popolo. Non è errato pensare che questo Tempio sia la chiesa-edificio, dove Cristo-Eucarestia si imprigiona (talora in piena solitudine) per amore degli uomini; però è più giusto guardare a Gesù di Nazareth come al vero Tempio, perché nella sua persona la divinità abita in pienezza l’umanità; conseguentemente il Tempio come segno fisico della presenza di Dio tra noi è la sua Chiesa, chiesa di carne e comunità.
- Anche nel nostro mondo risuona insistente, martellante, beffarda, la domanda “Dov’è il tuo Dio?”, specie quando ci si interroga sul perché della sofferenza, della apparente lontananza e del silenzio di Dio, della vittoria delle forze del male. Per tale ragione noi, uomini del nostro tempo, dobbiamo sentire la necessità di tornare al Tempio, perché questi interrogativi ci servano a rientrare in noi stessi, a rincuorarci e a ritrovare le ragioni della nostra speranza.

Spunti di riflessione
- In coscienza, ci sentiamo alla ricerca di Dio, avvertiamo il desiderio di Lui e del suo Tempio?
- La memoria del passato nel Tempio è solo un’emozione o il ricordo di una forte esperienza?
- Il problema così attuale degli esiliati non riguarda anche noi, soli in questo tempo ostile?



5° Incontro - SALMO 50

Il Salmo 50 detto “Miserere (= Abbi pietà)” è uno dei Salmi più famosi, più amati e più pregati sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana. La Chiesa infatti lo recita o canta in molte occasioni (liturgia dei defunti e liturgie penitenziali); in particolare prega con esso ogni venerdì mattina nelle Lodi. Ma tutto il mondo artistico (musica, specialmente) e letterario d’ogni epoca lo predilige fra i Salmi. Il versetto 1 ne propone una didascalia nota e ripetuta in altri Salmi che la tradizione assegna al re David; ma importante è il versetto 2 che fornisce la chiave storica per meglio comprendere tale intensa richiesta di perdono a Dio: è la visita che il profeta Natan fa a David, rendendolo cosciente con una parabola del suo duplice gravissimo peccato (adulterio con Betsabea, omicidio di Uria, suo marito). La narrazione del peccato di David è riportata da 2 Samuele,11 e l’incontro con Natan nel successivo cap.12,1-15. David si pente e chiede umilmente perdono a Dio: così la sua storia diventa esempio di ogni situazione in cui l’uomo avverte il suo peccato, ne valuta la gravità, sinceramente si pente e chiede perdono a Dio. Infatti il Salmo si può dividere in due metà: la prima (versetti 3-11) in cui domina il momento del peccato con il suo pentimento, la seconda (versetti 12-19) in cui domina la grazia del perdono che presuppone la coscienza di Dio come misericordioso. Il versetto 20 è visto come un’appendice liturgica finale, che tuttavia ci fornisce un’importante suggerimento sull’epoca di stesura del “Miserere” (cioè, il periodo post-esilico, alla fine del VI secolo a.C.). Il Salmo, inoltre, per esprimere l’esperienza di perdono-peccato usa diversi temi che si intrecciano fra loro a formare un intimo, splendido colloquio fra l’uomo ed il suo Dio: il tema del peccato (sbaglio, deviazione, ribellione, sozzura), della purificazione (la neve e l’issopo, lavare, cancellare, purificare), di nuova creazione (rinascita, cuore e spirito nuovi), della liturgia penitenziale (sacrificio non esteriore, ma interiore). Per tutto questo il Salmo 50 è ritenuto essere il Salmo Penitenziale per eccellenza.

Commento

Il Salmo è lungo e complesso per cui è preferibile analizzarlo e capirlo a gruppi di versetti.
Versetti 3-4. In questi due primi versetti è già quasi tutta compresa la teologia del “Miserere”: tre termini per definire il peccato (“mia iniquità”, “mia colpa”, “mio peccato”), quasi a sottolineare la responsabilità personale dell’uomo nel deviare dal giusto cammino e nel ribellarsi a Dio; tre termini per indicare quella purificazione che solo Dio può operare (“cancellare”, “lavare”, “render puro”); infine, tre luci (tre caratteristiche divine) sulla coscienza di chi è Dio nell’esperienza del peccato, che sgorgano da una prima accorata richiesta di purificazione. Dio è colui che può ricevere la richiesta di pietà da parte dell’uomo in forza del suo “amore” e della sua “grande misericordia”; Dio è colui che può e sa piegarsi sull’umana fragilità con amorevolezza, grazia e misericordia; infine, dalle parole ebraiche usate, Dio viene presentato come bontà, tenerezza e fedeltà in forza dell’Alleanza stretta con l’uomo e mai smentita, oltre che animato di quell’amore appassionato e viscerale proprio della madre verso i suoi figli, che mai viene meno. Anche in Ezechiele 18,21-23 c’è l’eco di questa fede in un Dio di infinita misericordia.
Versetti 5-8. Si possono considerare una splendida introspezione dell’uomo peccatore, un esame di coscienza profondo e veritiero, una vera e propria confessione del peccato, realista e positiva, senza angoscia né disperazione, senza infingimenti o ricerca di alibi, ma con precisa coscienza del male compiuto: “quello che è male…io l’ho fatto!” “Contro te ho peccato!”. La confessione è necessaria per richiedere grazia e perdono, come anche la constatazione della forza del male che accompagna la vita dell’uomo, dal suo inizio alla fine. In questa confessione alla percezione della gravità del male compiuto si accompagna il riconoscimento che il giudizio (ed eventuale condanna) da parte di Dio è una giusta e dovuta conseguenza; ma c’è anche la gratitudine per la “sapienza” del cuore, dono di Dio, alla quale deve rispondere la “sincerità dell’intimo”. Sull’introspezione del peccatore leggere anche Isaia 59,12.
Versetti 9-11. Questi tre versetti chiudono la prima metà del Salmo che ha per tema il peccato con il suo pentimento e contengono una commovente richiesta di purificazione attraverso i gesti che la significano e gli effetti che la seguono: il peccato è macchia, sozzura e va allontanato aspergendo o lavando chi ne è macchiato, rendendolo così “puro” e “più bianco della neve”. Circa l’aspersione con l’issopo (pianta aromatica), essa richiama i sacrifici espiatori al Tempio e l’agnello pasquale: c’è sullo sfondo l’immagine profetica del sangue dell’Agnello dell’Apocalisse (7,9-14). Gli effetti del perdono saranno “gioia e letizia” ed esultanza; infine, il peccatore liberato dal suo peso, chiede a Dio di distogliere il suo sguardo dai suoi peccati e dalle sue colpe, cancellandoli definitivamente.
Versetti 12-14. Con questi versetti inizia la seconda parte del Salmo, dedicata al perdono e al suo fondamento nell’infinita misericordia di Dio. Il perdono non è limitato alla sola cancellazione e alla rimozione del peccato; è necessario infatti un cuore nuovo ed uno spirito nuovo per fondare la vita nell’ottica e nella vicinanza di Dio, non nella schiavitù del peccato. Dal perdono scaturisce la gioia, non solo per il fatto di esser perdonato, ma soprattutto per il fatto di poter vivere ancora alla divina presenza, in giustizia. Questa non è opera umana, ma di Dio, tant’è vero che si parla di “creazione” e “rinnovamento” (versetto 12) dello spirito interiore: un concetto che si ritrova sovente nel Nuovo Testamento, ad esempio nella Lettera di San Paolo ai Romani 8,9 e 8,14-16.
Versetti 15-19. L’uomo perdonato avverte l’esigenza di comunicare a tutti la sua gioia e tutto ciò che ha sperimentato dell’amore di Dio per lui. La sua testimonianza coinvolgerà tutta la sua persona e le sue capacità (lingua, labbra, bocca, spirito contrito). Il vero culto a Dio, pubblico e privato, non consiste in rituali gesti esteriori, ma in un cuore umiliato e affranto, sempre teso all’amore di Dio e sempre bisognoso del suo perdono. Lo sottolinea anche un’invettiva del profeta Amos (5,21-25).
Nella visione piena di speranza della ri-creazione e del rinnovamento rientra l’accorata richiesta del versetto 20 di ricostruzione della città di Gerusalemme, del suo Tempio, e della ripresa del culto.

Attualizzazione

- Il “Miserere” è il modello di ogni preghiera penitenziale con il riconoscimento, la contrizione, la confessione del peccato e la certezza della misericordia e della grazia che esso contiene. È questa la ragione della sua attualità in ogni tempo e luogo, molto ben espressa da San Giovanni Paolo II nella sua Catechesi sui Salmi: “C’è, nel Miserere, una radicata convinzione del perdono divino che “cancella, lava, monda” il peccatore (versetti 3-4) e giunge perfino a trasformarlo in una nuova creatura che ha spirito, lingua, labbra, cuore come trasfigurati (versetti 14-19). “Anche se i nostri peccati – affermava Santa Faustina Kowalska – fossero neri come la notte, la misericordia divina è più forte della nostra miseria. Occorre una cosa sola: che il peccatore socchiuda almeno un poco la porta del proprio cuore…il resto lo farà Dio. Ogni cosa ha inizio nella tua misericordia e nella tua misericordia finisce” ”.

Spunti di riflessione
- Che posto occupa e come viviamo nella nostra vita il Sacramento della Riconciliazione?
- Come interpretare l’espressione “nel peccato mi ha concepito mia madre?”
- In che modo riconoscere il nostro peccato ci consente un cammino di verità e libertà?
- Che relazione esiste tra il nostro rapporto con Dio e il nostro agire sociale?



6° Incontro - S A L M O 5 6

La nota iniziale di Sant’Agostino getta una luce particolare sul Salmo 56 indicandocelo come riferito alla passione del Signore e quindi riconoscendo in esso un profondo significato profetico. Infatti fin dall’inizio si percepisce il tono della preghiera accorata, come deve essere sgorgata dal cuore di Davide in un momento particolarmente significativo della sua vita: cioè, “quando fuggì da Saul nella caverna” secondo il racconto di 1 Samuele 24,4 e seguenti. Oltre a questa circostanza storica il versetto 1 indica un probabile inno “Non distruggere” su cui condurre il canto del Salmo e aggiunge una parola (“Miktam”) dal significato incerto, che può essere un termine musicale (ad es. inno, salmo, poesia) o strumentale (strumento a fiato, ma anche a percussione); però può significare anche piccola collezione di salmi, di Davide o altri autori: abbiamo già trovato con tale significato la parola “Maskil” nel Salmo 41 dei figli di Core). Il Salmo 56, che contiene diverse espressioni che significano una situazione angosciosa (i leoni, la rete, la fossa), oltre alla paura e al lamento esprime anche una immensa fiducia in Dio ed nella protezione delle sue ali, tanto da sfociare in un canto di lode e di ringraziamento. Questa alternanza tra dolore e lamento da una parte, fiducia e canto di gioia dall’altra è molto ricorrente nei Salmi e riflette la profonda dinamica della preghiera.
Il Salmo è un salmo del mattino, come fanno capire gli accenni alle insidie della notte e la speranza dell’aurora con la gioia di ritrovarsi salvi: infatti, se l’aurora torna sempre, con essa sempre rinasce la fiducia di essere esauditi nella richiesta di salvezza. Il luogo, l’ambito della preghiera è il Tempio di Gerusalemme, con quell’accenno alle ali protettive di Dio che alludono alle ali dei due cherubini scolpiti sul coperchio dell’Arca dell’Alleanza; non solo, ma alludono anche alla possibilità, secondo il diritto ebraico, che colui che avesse subito una condanna ingiusta poteva trovare rifugio (o “asilo giudiziario”) nel Tempio cui affidare la propria causa. Il Salmo si può dividere in quattro momenti:
1) Preghiera fiduciosa in una risposta benevola di liberazione (versetti 2-4).
2) Pericolo dell’orante per l’assedio cui è sottoposto da parte di chi gli vuole male (versetto 5).
3) Ripresa dell’orazione in una situazione di prigionia (versetto 7).
4) Canto di lode e di ringraziamento mattutino per l’avvenuta liberazione (versetti 8-11).
I versetti 6 e 12 costituiscono le antifone (iniziale e finale) al gioioso canto di lode.

Commento
Versetti 2-4. L’ambientazione ideale della preghiera non può essere che il “Sancta Sanctorum” cioè il cuore del Tempio, dove si trova l’Arca, coperta e protetta dalle ali dei due cherubini scolpiti sul suo coperchio per ordine del Signore stesso. È il luogo più sicuro per essere e sentirsi efficacemente protetti: l’immagine di porsi sotto le ali di Dio come dei pulcini sotto quelle della chioccia è ripresa da Gesù stesso (Matteo 23,37 e Luca 13,34) e si ritrova in vari punti della Scrittura come nel Salmo 17,8 e in altri Salmi, in Deuteronomio 32,11 etc. È un’immagine di totale abbandono nell’amore di Dio, quel Dio “che fa tutto per me”, come recita il versetto 3. Ecco perché la preghiera diventa una richiesta esplicita di salvezza da coloro e da ciò che vuole il male del salmista ed immagina una risposta immediata tramite quei due messaggeri che sono l’amore e la fedeltà di Dio (versetto 4).
Versetto 5. La supplica dei primi versetti trova ragione nella situazione in cui si era trovato Davide, il salmista, praticamente intrappolato da un nemico mortale. Per descriverla si ricorre secondo l’uso biblico ad espressioni forti: “leoni…infiammati di rabbia” (vedi anche Salmo 17,11-12 e Daniele 6, 17-25), con “denti” affilati come “lance e frecce”. Ma le ultime parole del versetto (“la loro lingua è spada affilata”) volge l’attenzione, piuttosto che ai leoni, agli uomini, che feriscono mortalmente con la loro lingua (calunnie, maldicenze, accuse!) coloro contro i quali la usano come “spada affilata”!
Versetto 7. Il versetto descrive una situazione addirittura peggiorata e più preoccupante rispetto al versetto 5, perché l’orante sembra ormai caduto vittima dei suoi nemici: braccato come una preda, è impigliato disperatamente nella rete che gli è stata “tesa ai suoi piedi”; gli è stato “piegato il collo” come ad un animale domato e aggiogato; gli è stata perfino “scavata davanti una fossa” per una sua immediata vergognosa sepoltura; ma…Ma – e qui si inizia a intravedere la risposta di Dio – “dentro vi sono caduti” i malvagi, i persecutori, non la vittima! L’intera tradizione biblica avverte che chi fa il male, subisce su di sé gli effetti delle proprie azioni; è questa la speranza degli umili, dei deboli e di chi confida nell’aiuto di Dio, che dispone una legge per neutralizzare il male (Salmo 7,15-20).
Versetti 8-11. Ora che la liberazione dal pericolo è ormai sicura sgorga naturale dal cuore e dalla bocca del salmista un canto di lode e di ringraziamento che si snoda su tre temi e su tre livelli:
Primo tema: Saldezza del cuore. La fiducia riposta in Dio fin dall’inizio del Salmo ha reso saldo il cuore del salmista in mezzo alle traversie e all’angoscia della notte, per cui prorompe la gioia nel momento in cui avverte l’intervento salvifico di Dio (Salmo 108 “Inno del mattino”, 2-6).
Secondo tema: Esplosione della lode. La notte dell’angoscia e del tradimento è passata; l’aurora, quasi spinta dall’orante, si risveglia, come tutto il suo essere, nella lode: infatti il salmista sa che Dio è salvezza e in un commosso dialogo con il proprio cuore e con la natura vuole risvegliarli per cantare a Lui nel giorno che comincia (Giobbe 38,12).
Terzo tema: Universalità della lode. L’urgenza di cantare la lode di Dio è così forte nel salmista che egli vorrebbe coinvolgere l’intera umanità (“fra i popoli, fra le nazioni”) e l’intero universo (“fino ai cieli, fino alle nubi”). L’amore e la fedeltà di Dio (versetto 11) che il salmista invocava (versetto 4) sono ancora nominati per dimostrare che sono il contenuto vero della salvezza che viene da Dio
Versetti 6 e 12. Sono come due antifone poste all’inizio ed alla fine dell’inno di lode. Sono come una supplica e una richiesta di salvezza per l’angosciosa situazione in cui si trova il salmista. Vi si indicano i due estremi dello spazio umano (cielo e terra) e la preghiera sale all’immensità di Dio (“sopra il cielo”) perché la sua potenza scenda a riempire lo spazio della terra (“su tutta la terra”).

Attualizzazione
 Preghiera biblica e cristiana. È fondata su una certezza: quella della Rivelazione, cioè sul fatto che Dio si è fatto conoscere come amore, misericordia, fedeltà. La nostra preghiera non è dunque un grido lanciato nel vuoto verso l’ignoto, ma un dialogo con un Dio che si è fatto conoscere dagli uomini e li ama di un amore incommensurabile. Da qui la fiducia e, quali che siano le circostanze della storia universale e personale, la speranza.
 L’immagine del male nei Salmi. Le immagini delle situazioni dolorose umane nei Salmi sono molto forti: nel Salmo 56 abbiamo letto di leoni, denti, lance, frecce, spade, reti, fosse. Sembrano eccessive, esagerate, inconcepibili, ma il male è sempre male e fa molto male; non si può ignorare o misconoscere, o, peggio, farci l’abitudine, ma si deve prenderlo sul serio, in noi come negli altri, che forse più di noi sono schiacciati dal male.
 Invito alla testimonianza. Il Salmo 56 ci invita anche a testimoniare verso il mondo la gioia della salvezza. Non c’è nulla di più persuasivo che la testimonianza personale della salvezza del Signore: il volto e la parola di una persona toccata dalla grazia e che ha fatto esperienza del Signore la rende missionaria in modo naturale e spontaneo. Questo vale anche per le nostre comunità che Papa Francesco vorrebbe testimoni del loro incontro col Signore.

Spunti di riflessione
 Nei momenti difficili sappiamo abbandonarci a Dio o cerchiamo umane, dubbie scorciatoie?
 La nostra lingua è strumento di sincera testimonianza o “spada affilata” per fa male ad altri?
 Sappiamo individuare motivi profetici messianici in questo Salmo secondo Sant’Agostino?
 Siamo testimoni della salvezza e pertanto della gioia e della lode? Ma che testimoni siamo?



7° Incontro - S A L M O 6 2

Il Salmo 62 è uno dei Salmi più utilizzati nella preghiera della chiesa: è il primo Salmo delle Lodi della prima domenica del Salterio e lo si usa anche in altre importanti feste e in tutte le solennità, proprio perché il suo inizio si presta ad esprimere ricerca, desiderio e lode di Dio fin dalle prime luci dell’alba: è proprio la menzione dell’”aurora” che ha fatto collocare questo Salmo fra quelli del mattino. Lungo il testo si trovano suppliche accorate, gioiosi ringraziamenti, celebrazioni in forma di piccoli inni. Al contrario i versetti 10-12, che contengono lunga imprecazione contro i nemici, non vengono pregati né cantati nella liturgia. Questo Salmo si può idealmente dividere in tre strofe o momenti a seconda del tema che fa da argomento portante:
Prima strofa (versetti 2-4). Il tema è quello della sete e della fame di Dio, che verranno saziate nel santuario, nella visione della gloria di Dio e nell’abbraccio del suo amore degno d’ogni lode.
Seconda strofa (versetti 5-9). Il tema è quello del desiderio del Tempio e dei sacrifici di comunione che vi si tengono per saziare l’anima, per dettare la lode alle labbra, per offrire un sicuro rifugio nel Santo dei Santi, luogo della protezione divina sotto le ali dei cherubini: un desiderio che riempie anche la notte e le sue veglie.
Terza strofa (versetti 10-12). L’ultimo tema riguarda il combattimento contro i nemici, la certezza della vittoria in Dio, la loro punizione e viceversa la gloria dei suoi seguaci. È un tema molto caro al salmista e ci rimanda al versetto 1 (di didascalia) dove con l’espressione “quando era nel deserto di Giuda” si allude a Davide braccato ferocemente dall’invidia e dall’odio di Saul fin nelle solitudini del deserto (1 Samuele 21-24). È interessante leggere in questo brano l’episodio dei pani di offerta (1 Samuele 21,2-7) cui allude Gesù stesso nella disputa coi farisei sul sabato (Matteo 12,1-7).
Con questa terza strofa si chiude il classico triangolo Dio-l’orante-i nemici, che si ritrova nella gran parte dei Salmi e dove Dio non resta indifferente di fronte al male e al bene e, come giudice, deve essere imparziale di fronte sia agli innocenti che ai colpevoli, ai buoni che ai cattivi. In questo senso il Salmo 62 può anche essere sentito come l’appello al tribunale di Dio nel Tempio di un innocente ingiustamente accusato e perseguitato.

Commento
Versetti 2-4. La prima strofa è un’intensa espressione di supplica e di fiducia. È tutta un alternarsi dei pronomi “tu, te” e degli aggettivi possessivi “tuo, tua” riferiti a Dio, mentre il pronome “io” e gli aggettivi “mio, mia, mie” sono riferiti invece all’orante: un gioco di parole che dà l’idea di un rapporto forte, vitale, necessario fra Dio e l’uomo, fra Dio e il credente, il cui desiderio d’intima comunione con il suo Dio non può tradursi che con concetti e immagini forti, come quelli della sete e della fame “in una terra arida, assetata, senz’acqua” che è quella del mondo senza Dio! La stessa espressione di “terra arida e riarsa” è usata anche dal profeta Ezechiele (19,13) in una profezia sul destino di Gerusalemme. L’uomo ha bisogno di Dio, fin “dall’aurora” del mondo e dell’umanità, e il suo bisogno viene in qualche modo soddisfatto dalla vista del Santuario, che è luogo privilegiato della “potenza” e della “gloria” di Dio: sono due termini che segnalano l’efficacia della presenza e dell’abitazione di Dio fra gli uomini. In questo trasporto di fede e di adorazione, il salmista è certo della fedeltà e dell’amore di Dio per l’uomo e scioglie le sue labbra in un canto di lode.
Fra i numerosi Salmi che, sia pur con altre parole, trattano degli stessi sentimenti sono da segnalare il 36,8-10; 41,2 (che già abbiamo meditato); 27,4; 143,6.
Versetti 5-9. La seconda strofa, più difficile, è tutta pervasa dalla gioia dell’intimità con Dio. Varie sono le immagini e le sfumature usate per esprimere tale gaudio. Ad esempio la gioia della lode e della preghiera viene tradotta con l’immagine delle mani alzate, ancor oggi tipica della benedizione (versetto 5); c’è l’immagine di un lauto banchetto (si allude forse ad un sacrificio di comunione, con le carni della vittima immolata che venivano mangiate anche dall’offerente, quasi seduto a mensa comune con Dio) dopo il quale i commensali satolli elevavano una lode a Dio (versetto 6); c’è la gioia dell’intimità con Dio nelle veglie di preghiera sul proprio giaciglio o al Tempio (versetto 7); c’è ancora la gioia della protezione divina nei momenti difficili in cui c’è bisogno di aiuto, la quale si fa sentire con la protezione offerta dalle ali dei cherubini nel Tempio (versetto 8); infine c’è la immensa gioia dell’abbraccio forte con Dio: l’orante si può stringere con forza a Lui e può sentire la sua “destra” (simbolo di potenza e sicurezza) che lo “sostiene” nel cammino della vita (versetto 9).
Versetti 10-12. Abbiamo già visto come quest’ultima strofa non sia compresa nel canto ufficiale del Salmo 62 nella liturgia delle Ore. È stata una scelta fatta dal Concilio Vaticano II per evitare di portare un elemento di possibile scandalo e incomprensione nella preghiera delle Lodi. Questi tre ultimi versetti infatti sono un esempio tipico di “imprecazione”, cioè di una particolare tipologia di preghiera che si augura l’annientamento dei nemici, degli avversari, dei persecutori. È una forma di preghiera che a noi pare contraddittoria con l’infinità bontà e misericordia di Dio verso tutti. Però è necessario ricordare che nell’animo del popolo ebraico e di ogni buon ebreo c’è la coscienza forte di un’intensa comunione con Dio, alla quale corrisponde una violenta avversione per i nemici propri e di Dio. Le espressioni usate sono molto forti, dallo sprofondamento sottoterra (regione dell’oblio e della dimenticanza), alla morte violenta per spada, all’abbandono agli sciacalli con impossibilità di sepoltura. Nell’ultimo versetto tuttavia riaffiora la gioia: è quella del re e dei suoi fedeli (cioè Dio e il suo popolo Israele) per la vittoria sui nemici e sugli annunciatori di false dottrine ai quali “verrà chiusa la bocca”.

Attualizzazione

 Senza Dio non si vive perché l’uomo ne ha bisogno come la terra dell’acqua. Infatti, senza il rapporto ricercato, desiderato e realizzato con Dio, la nostra vita perderebbe la sua ragione di sviluppo ed il suo significato: è quanto il Salmo dice ai battezzati che nutrono mente e cuore della Parola di Dio e che ricevono abitualmente i sacramenti.
 Senza Dio non si vive anche perché, come dice il Salmo, “tu sei il mio Dio”, e l’uomo ha bisogno di un riferimento trascendente, di un orizzonte al di sopra e al di là delle cose, come dimostra la millenaria storia dell’esperienza religiosa. Però è l’esperienza giudaico-cristiana che ci dona la conoscenza del “mio Dio” e l’incontro con Lui.
 Dalla Catechesi di San Giovanni Poalo II sui Salmi: In una lettura del Salmo 62 alla luce del mistero pasquale, la sete e la fame che ci spingono verso Dio, trovano il loro appagamento in Cristo crocifisso e risorto, dal quale giunge a noi, mediante il dono dello Spirito e dei Sacramenti, la vita nuova e l’alimento che la sostiene. Ce lo ricorda San Giovanni Damasceno che commentando l’annotazione giovannea (dal fianco “uscì sangue e acqua”), afferma: “Quel sangue e quell’acqua sono simbolo del Battesimo e dei Misteri” cioè della Eucarestia. E conclude: “Vedete come Cristo congiunge a sé stesso la sposa? Vedete con quale cibo nutre tutti noi? È dallo stesso cibo che siamo stati formati e veniamo nutriti. Infatti come la donna nutre colui che ha generato con il proprio sangue e latte, così anche Cristo nutre continuamente col proprio sangue colui che egli stesso ha generato”.

Spunti di riflessione

 Sappiamo anche noi contemplare la potenza e la gloria di Dio nel suo “Santuario”?
 Cosa vuol dire concretamente “la tua grazia (il tuo amore) vale più della vita"?
 Sappiamo anche noi stringere la nostra anima al Signore per farci sostenere dal suo braccio?
 Possiamo pregare contro qualcuno o qualcosa? Quando? Come?
 Si può vivere senza Dio, come “terra arida, assetata, senz’acqua”?



8° Incontro - S A L M O 6 4

Il Salmo ci si presenta chiaramente come un grande inno di lode a Dio, ma gli studiosi continuano a interrogarsi sul contesto da cui è nato, un contesto che non viene accennato neppure dal versetto 1 di didascalia (se non dalla parola “canto”, qui trovata per la prima volta, che può forse indicare una particolare intensità della lode elevata a Dio). Alcuni sottolineano il carattere storico-religioso della prima parte (versetti 2-8), che appare come un inno alla misericordia di Dio che perdona le “colpe” e i “delitti” dell’uomo e lo salva con “i prodigi” della sua “giustizia”; altri sottolineano il carattere primaverile della seconda parte (versetti 9-14) con l’esaltazione gioiosa del miracolo continuo della vita e della natura. Padre Turoldo, poeta, e Ravasi, grande biblista, non esitano ad intitolare questo Salmo “Inno alla primavera”! Ma come legare tra loro le due parti dell’inno, apparentemente così diverse, con un inno di lode al Dio della salvezza e del perdono da una parte e un inno di lode al Dio della creazione e del cosmo dall’altra? Forse (e senza forse) il salmista vede nel miracolo della creazione, della fecondità della terra e delle greggi, dell’abbondanza delle messi e del frumento, il segno e la prova della misericordia di Dio verso Israele e verso tutti i popoli della terra (versetto 6). Dopo che nei versetti 2-5 la scena è riempita dal Tempio dove sia la preghiera che il silenzio sono lode a Dio e si può realizzare una primavera spirituale dopo il perdono e la salvezza, nei versetti 6-8 la scena è costituita dal cosmo intero sul quale si erge potente Dio, il creatore che placa la violenza del mare e la violenza degli uomini in guerra fra loro. Ma è la seconda parte del Salmo (versetti 9-14) la più poetica e la più coinvolgente che ci ricorda e riecheggia quel capolavoro della letteratura religiosa italiana che è il “Cantico delle creature” di S. Francesco d’Assisi. È un’esplosione gioiosa e commossa di gratitudine verso Dio per la ricchezza e l’abbondanza della terra: non mancano odori e colori, sole e piogge, belati e grida di gioia! I due Autori sopracitati (Turoldo e Ravasi) scrivono a commento “Se non noi, a causa del nostro folle peccare, che Dio abbia l’infinita gioia di aver creato anche un solo fiore, una rosa per esempio, e gli occhi dei colombi”. Però amaramente concludono: “Dio abbia la gioia di una primavera, là dove riesca ancora ad apparire!”

Commento
Sion è la città benedetta ove sorge il Tempio, dimora di Dio in mezzo al suo popolo e segno della Alleanza che Dio ha stretto con Israele. È il Tempio la sede privilegiata ove si innalza la preghiera nel silenzio e nel canto e dove si manifesta il perdono di Dio che sceglie e chiama nella propria casa anche l’uomo peccatore a stargli vicino e a lodarlo mettendo a sua disposizione i “beni” e le “cose sacre” del Tempio, previa liberazione dal fardello delle sue “colpe” e dei suoi “delitti” (versetti 2-5), secondo la beatitudine espressa anche dal Salmo 32,1. Il versetto 6 mostra un respiro universale: l’amore di Dio risponde al peccato dell’uomo con i “prodigi” della sua giustizia che salva, donando “fiducia” agli “estremi confini della terra e dei mari più lontani” e quindi all’intera umanità, senza limitarsi solo ad Israele…I versetti 7 e 8 preparano la seconda parte del Salmo che contiene l’”Inno alla primavera” a partire da immagini e concetti che rimandano al racconto della creazione nel libro della Genesi: stabilire la terra e i monti (Giobbe 38,4-7) sul caos delle acque dell’oceano primigenio e del diluvio universale, di cui Dio vince il potere primordiale, prima di creare un mondo ordinato e non più caotico. Il Salmo in questi versetti celebra la bontà di Dio che sconfigge il caos, simbolo di morte e fa trionfare l’ordine, la vita, così come anche Gesù sa fare sul lago di Tiberiade in tempesta (Matteo 8,26-27). Nello stesso modo Dio può sconfiggere e sedare anche i tempestosi e sanguinosi conflitti fra gli uomini (Isaia 17,12). Il versetto 8 riesce in particolare con le potenti immagini, anche sonore, del “fragore del mare” e del “tumulto dei popoli” a esprimere la forza creatrice e pacificatrice di Dio sulle cose e sugli uomini. Una forza però che con i suoi “segni” non raggiunge soltanto Israele, il popolo eletto, ma anche tutti gli altri popoli pagani che abitano le terre estreme della terra, quasi a confermare, come nel versetto 6, che il Dio di Israele non è un Dio tribale, quasi Dio privato di un solo popolo, ma è il Dio unico ed universale creatore del cielo e della terra; è un atto di fede, una verità magnifica che fa “gridare di gioia” l’intero universo, dall’oriente all’occidente (versetto 9). L’ultima parte del Salmo, il vero “Inno alla primavera” inizia con il versetto 10: il salmista pare commuoversi contemplando lo spettacolo di Dio che continuamente benedice la terra per il bene dell’uomo e la visita, la ricolma di bellezza e di ricchezza con l’abbondanza delle acque del fiume del suo amore e così la disseta e la feconda e la prepara perché dia pane all’umanità; come un buon agricoltore cura la terra, la dissoda, l’ara, ne frantuma le zolle, l’innaffia e la guarda germogliare con sguardo amante e benedicente (versetti 10-11). Lo stupore sembra il filo conduttore di quest’ultima parte del Salmo dove il salmista contempla lo svolgersi dell’anno, sempre ricco di “benefici” e descrive ammirato un panorama sempre eguale e sempre nuovo e stupendo: fiorisce anche il deserto col dono dell’acqua, le colline si ammantano di verde e le valli d’estate dell’oro del grano, gli animali moltiplicano i loro greggi e tutte le cose “gridano e cantano di gioia” (versetti 12-14)…
Il messaggio che il salmista ci rivolge è che è la creazione stessa, il miracolo con cui Dio la veste periodicamente di bellezza e di abbondanza che ci rivela Dio, che ci parla di Lui, che ci rivela l’ultimo intimo segreto della felicità. Come insegna il Libro della Genesi, la creazione è la prima parola che Dio dice all’uomo…e non è una parola di cui non si oda il suono!

Attualizzazione

 La grande, consolante verità che questo Salmo ci insegna è l’unità fra la realtà materiale e quella spirituale, che la cultura greca ci ha insegnato a dividere e a contrapporre. La Parola di Dio ci insegna al contrario che materia e spirito fanno parte di una stessa realtà, la realtà di Dio. È con la colpa originale che giunge la divisione e il disordine. Il credente però deve apprezzare la bellezza delle cose create che lo spinge a risalire alla bellezza di Dio, e come il salmista deve sentirsi spinto dall’esperienza della misericordia di Dio a guardare tutto il creato con stupore e gratitudine. Il Dio che perdona è lo stesso che ha fornito all’uomo lo stupore del creato, il quale è davvero la prima diretta, mirabile, concreta parola che gli rivolge. Per questo l’uomo religioso accoglie dalle mani di Dio con senso di responsabilità un dono così bello. Da qui nasce la teologia dell’ambiente che non è solo un dovere morale o, peggio, una moda, ma lo sguardo di chi si commuove di fronte alla bellezza con cui si sente raggiunto da Dio.
 Dalla Catechesi di San Giovanni Paolo II sui Salmi: “Come la terra a primavera risorge per l’azione del Creatore, così l’uomo risorge dal suo peccato per l’azione del Redentore. Creato e storia sono in tal modo sotto lo sguardo previdente e salvifico del Signore, che vince le acque tumultuose e distruttrici e dona l’acqua che purifica, feconda e disseta. Il Signore, infatti, risana i cuori affranti e fascia le loro ferite”, ma anche “copre il cielo di nubi, prepara la pioggia per la terra, fa germogliare l’erba sui monti”. Il Salmo diviene, così, un canto alla grazia divina. È ancora Sant’Agostino, commentando il nostro Salmo, a ricordare questo dono trascendente e unico: “Il Signore Dio ti dice nel cuore: io sono la tua ricchezza. Non curarti di ciò che promette il mondo, ma di ciò che promette il Creatore del mondo! Sta’ attento a ciò che Dio ti promette, se osserverai la giustizia; e disprezza ciò che ti promette l’uomo per allontanarti dalla giustizia. Non curarti, dunque, di ciò che il mondo promette! Considera piuttosto ciò che promette il Creatore del mondo!””.

Spunti di riflessione

 Cosa pensiamo della preghiera mentale, silenziosa? Quanto sappiamo usarne usualmente?
 Chi “abita negli atri della casa del Signore”? Solo una casta oppure lo possiamo fare tutti?
 Crediamo davvero che il Dio della creazione e del cosmo sia il Dio che ci salva e perdona?
 Creazione prima parola di Dio all’uomo: lo stupore è per noi scintilla di fede e adorazione?



9° Incontro - S A L M O 7 6

Il Salmo 76 è da ritenersi salmo di “lamentazione” esattamente nella sua prima metà (versetti 2-11) e salmo di “lode” nella seconda metà (versetti 12-21); in particolare il brano costituito dai versetti 17-20 è probabilmente da ritenersi quasi la trascrizione di un antico inno proprio della liturgia del Tempio di Gerusalemme. Non è certo se ci sia un preciso riferimento storico per questo Salmo: per alcuni studiosi esiste ed è il ricordo dell’esperienza drammatica dell’esilio babilonese (anni 587-539 a.C.); per altri studiosi il Salmo non si basa su un tragico avvenimento storico, ma è l’espressione di un grande dolore, di un’angoscia profonda, il soliloquio di un’anima che grida a Dio in nome della intera umanità domande che salgono dal cuore e scuotono le radici della fede: “Dove sei? Dove eri? Hai cambiato atteggiamento verso di noi? Ti stai dimenticando di noi?” e allora la notte cui accenna il Salmo è più propriamente quella dell’anima di fronte al silenzio di Dio. Il versetto 1 (didascalico) non ci offre motivi di spiegazione sull’origine del Salmo; ci indica soltanto un ignoto antico motivo (Iedutùm) su cui probabilmente andava cantato, ma anche il nome dell’autore che non era David ma Asaf. I Salmi 73-83 formano il cosiddetto Salterio di Asaf e sono caratteristici pei loro toni violenti e nazionalistici. Il Ravasi ritiene perciò significativa la circostanza che questo Salmo sia di Asaf che era discendente di Gherson, figlio di Levi; un sacerdote quindi, incaricato di dirigere i cantori e di suonare il cembalo, mentre l’arca dell’alleanza entrava in Gerusalemme. Egli perciò doveva vivere per il Tempio e avvertire in certi momenti della storia il senso del silenzio e della lontananza di Dio… Nella seconda parte del Salmo il salmista sembra trovar conforto nel ricordo di un difensore forte (e vittorioso) dell’identità nazionale e trarne incoraggiamento: la forza per affrontare la dura attualità e per trovar consolazione è il ricordo delle grandi gesta di Dio a favore del suo popolo. La Potenza di Dio infatti era sempre intervenuta nei momenti difficili – come quelli della liberazione dall’Egitto – a favore d’Israele. Perché dunque disperare?
Commento
Parte Prima (versetti 2-11). È la parte della lamentazione che ha un carattere fortemente drammatico ed inizia con un urlo diretto a Dio: “io chiedo aiuto!”. Il salmista chiede di essere ascoltato da Dio che continuamente cerca nel tempo della sua angoscia più profonda e della notte più buia durante la quale brancola tendendo le mani, senza riuscire a trovare riposo: ha occhi sbarrati senza sonno ed è perfino incapace di articolar parola (Isaia 26,16). Ma il suo atteggiamento è controverso… In un primo tempo ricorda commosso “Dio, i giorni passati, gli anni lontani”, quando il Signore era la difesa e la gloria del suo popolo Israele e questo ricordo è come la dolce melodia di un canto nella notte che lo consola (Giona 2,8). Ricorrere al ricordo è per Israele necessario per rafforzare la fede in un Dio fedele all’alleanza e “lento all’ira e grande nell’amore”, il quale – è questa l’essenziale memoria – ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto “con braccio potente e mano tesa”. Lo stesso Mosè, nel suo ultimo Cantico prima di morire (Deuteronomio 32,7) ammonisce gli Ebrei a farvi continuamente ricorso. Infatti il ricordo nella Bibbia non è semplice evocazione del passato, ma certezza che il seme posto da Dio nella storia dell’umanità deve ancora fruttificare. In un secondo tempo il dolce canto della memoria assale il salmista con dubbi atroci e tormentosi interrogativi che sono le domande di sempre, anche di oggi, specie se si stanno attraversando periodi drammatici di disorientamento e d’insicurezza: “Cosa è successo? Cosa è cambiato? Perché avvengono cose simili? Dov’è Dio, il Dio dell’amore? Perché si è chiuso nel silenzio? Si è forse stancato di noi? La sua ira è diventata più forte del suo amore?” (Salmo 74,1) (Salmo 89,47-50) (Isaia 63,15). Anche l’uomo moderno è tormentato dal dubbio, dallo scetticismo, dall’agnosticismo, dal secolarismo; e dunque da domande del genere, che mettono a dura prova la sua fede. Ma senza Dio la notte sarebbe ancora più oscura… Se non c’è Dio, neppure l’uomo è più un uomo…
Parte Seconda (versetti 12-21). Nonostante la “notte buia” del suo spirito e la sua angoscia per il silenzio di Dio, il salmista riprende forza, vigore e speranza dal ricordo di quanto il Signore ha fatto nella storia passata di Israele: i suoi “prodigi e meraviglie”, le sue “opere e prodezze”. Questa forza del ricordo è sottolineata in moltissimi passi della Bibbia (Lamentazioni 3,21-23) (Deuteronomio 32,4) (Salmo 143,5). La prima meraviglia operata da Dio per Israele è naturalmente la liberazione dalla schiavitù d’Egitto dei “figli di Giacobbe e di Giuseppe”; con precisione il salmista indica coloro che entrarono in Egitto: Giacobbe, Giuseppe e i loro figli, secondo quanto indicato da Genesi 46,26-27. Fu una liberazione caratterizzata dal prodigioso passaggio del Mar Rosso e proprio da questa vittoria sulle acque il salmista passa col versetto 17 all’”Inno” alla Potenza Creatrice di Dio a cominciare dal dominio sul caos primigenio delle acque; si intrecciano così, come spesso avviene nella preghiera biblica, due motivi: quello della creazione e quello dell’esodo. Infatti, come Dio ha esercitato il suo potere sulle acque caotiche dell’abisso primordiale, così ha manifestato la sua potenza salvifica dividendo le acque del Mar Rosso. Segue poi la descrizione dei fenomeni di una natura sconvolta da una terribile tempesta, in un quadro che ricorda quello della discesa di Dio sul Sinai (Esodo 19,16): il Signore ha così tracciato la sua via in quella massa informe che è il mare dove non si può lasciare alcuna orma (versetto 20): tuttavia “santa è la tua via” (versetto 14). Anche se non possiamo scorgere le sue orme nel cammino della nostra vita, gridando a Lui nel tempo della angoscia, possiamo sperimentare come sappia guidarci nel nostro esodo di liberazione; il salmista ce lo dimostra, citando la guida di Mosè ed Aronne nell’esodo di Israele (versetto 21) come segnale sicuro di fiducia e di speranza. Quando tutto sembra perduto e viviamo la nostra notte dell’anima, si può ritrovare nel nostro passato personale e collettivo il coraggio per credere alla Potenza di Dio che ancora una volta opererà la nostra salvezza e liberazione.
Attualizzazione
 Dalla Catechesi di San Giovanni Paolo II sui Salmi (Salmo 76): “(Con i versetti 17-20) il Salmista probabilmente cita un inno più antico, forse cantato nella liturgia del tempio di Sion. È una clamorosa teofania in cui il Signore entra in scena nella storia, sconvolgendo la natura e in particolare le acque, simbolo del caos, del male e del dolore. Bellissima è l’immagine del cammino di Dio sulle acque, segno del suo trionfo sulle forze negative (versetto 20). E il pensiero corre a Cristo che cammina sulle acque, simbolo eloquente della sua vittoria sul male (Giovanni 6,16-20).
 Esperienza del dolore. È un’esperienza comune a tutti gli uomini che prima o poi dovranno attraversare quel tunnel buio di smarrimento, d’angoscia, talvolta di disperazione. E allora, a chi rivolgerci, a chi affidarci, quando ci sentiamo così soli ed impotenti e ogni risorsa umana sembra esaurita? Il pericolo è duplice: l’indifferenza, l’apatia, il disinteresse, oppure la ribellione e la disperazione (“Troppo grande è questa prova; non l’accetto; se Dio esistesse non la permetterebbe…”). Il Salmo ci suggerisce che il silenzio, la solitudine, la riflessione possono essere l’anticamera dell’incontro con Dio…
 La memoria.“È mutata la destra dell’Altissimo?” Ravasi traduce questa espressione così: “Forse si è paralizzata la destra dell’Altissimo?”. L’uomo moderno spesso pensa proprio che Dio sia impotente, incapace o addirittura che non esista per cui non può intervenire nella storia dell’uomo. E allora la salvezza può venire dalla memoria: è Dio che ha creato l’uomo e il mondo, si è scelto un popolo, lo ha liberato dalla schiavitù in mezzo ai prodigi, gli ha dato guide sicure, si è rivelato a lui…Perciò niente paura di certe terribili domande: la nostra pace ha il suo segreto nel ricordo di tutti i doni e i segni che Dio ci ha dato per amore.

Spunti di riflessione
 Come la memoria del bene già ricevuto ci aiuta a superare il male che stiamo ricevendo?
 Si può fare esperienza della provvidenza divina nel tempo dell’angoscia e della sofferenza?
 Quale esempio di incontro con Dio nel doloroso momento della prova ci può offrire Gesù?
 Che cosa proviamo, riportando alla memoria il nostro passato personale e collettivo?
10° Incontro - S A L M O 7 9


Con il Salmo 79 siamo ancora nel cosiddetto Salterio di Asaf (Salmi 73-83) e viviamo ancora la dura dolorosa esperienza dell’invasione, prima da parte dell’esercito assiro nel 722 a.C. con la caduta e occupazione del Regno del Nord (Israele) e poi nel 586 a.C. con la caduta e occupazione da parte dell’esercito babilonese di Gerusalemme e del Regno del Sud (Giuda). Che l’autore del Salmo sia indicato come Asaf è ragione del suo carattere di aperto nazionalismo in difesa dell’onore e dell’identità del popolo ebraico. Per questo avvertiamo che esso è pieno dell’orrore e del dolore di queste due terribili sconfitte, così come di profondo smarrimento bisognoso di aiuto e di sicurezza; per questo probabilmente veniva usato come preghiera di pubblica lamentazione e di implorazione fin dalla prima di queste sconfitte. Il suo uso liturgico nel Tempio e nelle sinagoghe è riconoscibile anche dal ripetersi di un ritornello (vedi versetti 4,8,20 ed anche 15 in certo senso) che gli dà il ritmo di una litania e che sembra un intermittente raggio di luce e di speranza che periodicamente squarcia il buio di tanta afflizione. Anche in questo Salmo come nel precedente n° 76 il salmista ricorre alla memoria del passato per ridare speranza al suo popolo e rianimare la sua fiducia: come è stato possibile il glorioso tempo della liberazione dalla schiavitù d’Egitto e dell’esodo, così, anche nell’attuale situazione dolorosa ed umiliante, sarà possibile la ripresa, una nuova fioritura che egli, anzi, già annuncia. A tale scopo il salmo ricorre alla “metafora della vigna” (cara alla coscienza di Israele) a indicare l’amore di Dio per Israele, paragonato ad una vigna curata e circondata dalle più amorevoli premure dal suo Vignaiolo, che è Dio stesso. Per capire il valore teologico e l’intenso amore racchiusi in questa metafora, è necessario rileggere il “canto della vigna” in Isaia 5,1-7, ma anche la “parabola dei vignaioli” in Matteo 21,33-43, dove la vigna-Israele diventa la vigna-Chiesa.
Israele (la Chiesa) è attualmente priva di difesa, territorio di libera caccia, di preda, di morte; però vuole ritornare ad essere la vigna di Dio, curata con amore dal suo grande Vignaiolo, ricca di tralci fecondi e di frutti.

Commento
Il Salmo 79 è una grande preghiera accorata, dolente, ma anche fiduciosa, come dimostra il ripetersi del ritornello di speranza e di salvezza che possiamo leggere nei versetti 4, 8, 15, 20. In essi esiste un accenno al “ritorno”, sia esso fisico, geografico, come da un esilio, sia esso spirituale, come per un allontanamento dal culto e dall’ascolto del Dio dei padri. Il ricordo di Giuseppe (versetto 2), dei suoi figli Èfraim (nella cui tribù nacque il re Geroboamo, primo re d’Israele) e Manasse, e anche di Beniamino (versetto 3) fa pensare al Regno del Nord (o d’Israele) ed alla sua definitiva sconfitta da parte degli Assiri nel 722 a.C. Pertanto il Salmo potrebbe essere stato scritto in occasione di questo evento, che fa apparire disperata la situazione presente e futura del popolo eletto; per questo può essere stato pregato nelle sinagoghe (non più nel Tempio!) anche dopo l’occupazione babilonese del Regno del Sud (o di Giuda) nel 586 a.C. (circa un secolo e mezzo dopo). Il salmista rivolgendosi al Signore lo chiama “pastore d’Israele”, come Dio stesso si dichiara (Ezechiele 34,11ss.), e lo vede presente in mezzo al suo popolo per mezzo dell’arca dell’alleanza che è il segno della Presenza fedele di Dio, e i suoi due cherubini (versetto 2) (Esodo 25,18ss). Perciò chiede ripetutamente a Dio che torni a manifestarsi (a fare “splendere il suo volto”), attuando così la salvezza del suo popolo, mentre, al contrario, fremendo di sdegno che lo rende sordo alle “preghiere del suo popolo”, sembra che lo voglia nutrire “con pane di lacrime” e dissetare con “lacrime in abbondanza” (versetti 5-6); non solo, ma Israele è diventato addirittura, per la sua debolezza, pedina e “motivo di contesa” per i potenti regni confinanti, oltre che oggetto di scherno (versetto 7). Eppure, se Israele si volgesse indietro a riflettere sulla storia del suo passato, la commozione e lo stupore per tutti i prodigi che Dio ha operato in suo favore gli riempirebbe il cuore di speranza. In quel ricordo risalterebbero i grandissimi doni della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, dell’assistenza nella traversata del Sinai, della consegna delle dieci parole, della conquista della Terra Promessa, dell’espansione e dello sviluppo in potenza fino all’epopea di David e Salomone (versetti 9-12). A questo punto si avverte l’altro risultato della memoria, che è il paragone fra un glorioso passato ricco di doni e di favori e un doloroso, tragico presente, ricco solo di lacrime e d’umiliazione; da qui le domande angosciate che il salmista rivolge al Signore sullo stato attuale del suo popolo, della sua vigna (versetti13-14): perché le “brecce nella sua cinta”, cosicché tutti possono farne vendemmia? Perché è lasciata alla devastazione perfino di bestie impure come fa “il cinghiale nel bosco”, o al pascolo di “bestie della campagna”? Si è raggiunto ormai il segno del massimo degrado, della più profonda abiezione... Ecco perché il ritornello del versetto 15 ha una diversa, più precisa invocazione e implora da Dio non solo uno sguardo sulla sua vigna, ma anche una “visita”!
I versetti che seguono sono di lamento, ma anche di rinnovata fiducia e speranza e contengono pure accenni profetici messianici ai versetti 16 e 18, riguardo a quel “figlio dell’uomo che per te hai reso forte” nel quale possiamo intravedere il futuro Figlio dell’uomo (Gesù!) che con la sua potenza e la sua forza farà tornare a vivere come Chiesa la vigna di Dio, dal momento che gli antichi affittuari hanno perseguitato gli inviati e ucciso il figlio del premuroso padre e padrone. Ma il Salmo termina anche con il solenne impegno del versetto 19: “da Te mai più ci allontaneremo”!, con il quale il salmista riconosce che la causa di tanto male è l’allontanamento da Dio; torna pertanto la fiducia in Dio e la speranza: dopo l’efficace intervento divino contro i ladri, contro gli incendiari (Geremia 12, 10,11) e contro le bestie che hanno derubato, devastato, incendiato la sua vigna, “noi invocheremo il tuo nome” e “saremo salvi”!

Attualizzazione

 Tentazione alla ribellione. Non comprendiamo infatti come Dio, ricco di misericordia, possa permettere situazioni così degradanti e tragiche per l’uomo come quelle attuali: è forse il suo cuore cambiato nei nostri confronti? Il Salmo 79 mette davanti ai nostri occhi lo stato di devastazione in cui si trova la sua vigna (l’umanità, la chiesa) anche oggi; ci indica anche con chiarezza che la causa di tanti mali è l’allontanamento da Dio, di fronte al quale ci dà due indicazioni importanti: 1) Nei momenti di dolore e di prova dobbiamo ritrovare la nostra forza e la nostra speranza nella memoria di quanto Dio ha già fatto per noi, di quanti doni ci ha colmato. Occorre pure, se pensiamo alla grande storia di interi paesi e continenti, riandare ai grandi interventi e alle grandi opere con cui Dio è intervenuto. 2) Si deve però imparare a riconoscere con umiltà che il nostro peccato, il nostro allontanamento è alla base di certe nostre sventure e che la nostra forza, viceversa, sta tutta nell’invocare il nome del Signore.
 Dagli scritti di Sant’Agostino. Chi è il “pastore d’Israele” se non colui che “mai prende sonno e si addormenta” (Salmo 120,4)? Sia che vegliamo sia che dormiamo il Pastore veglia sempre su di noi. […] Quanto maggiore deve essere la nostra sicurezza sotto la protezione di colui che è nello stesso tempo pastore e padre! La nostra sola preoccupazione consiste nell’ ascoltare la voce del nostro pastore. È tempo di ascoltare poiché il tempo del giudizio non è ancora venuto. Oggi egli parla e tace; parla per esprimere la sua volontà, tace come giudice. Ti ascolto, Signore, […] anche quando dici: “Ho taciuto, ma forse tacerò per sempre?”

Spunti di riflessione

 Dobbiamo lamentarci delle devastazioni della vigna o piuttosto dei tradimenti al vignaiolo?
 Possiamo qualche volta testimoniare che il Signore è intervenuto a risollevarci e rialzarci?
 Cosa pensiamo di gente che vive tra noi esule e forzatamente costretta a vivere come tale?
 Cosa significa per noi chiedere al Signore di “ritornare” nella sua vigna, in mezzo a noi?



11° Incontro - S A L M O 8 9


Questo Salmo 89 è l’unico del Salterio che viene attribuito a Mosè, ma gli studiosi ritengono che risalga al periodo che segue al ritorno dall’esilio di Babilonia, cioè a molto più tardi; l’attribuzione a Mosè è forse dovuta al fatto che esso contiene numerosi richiami ai più antichi libri della Bibbia, come ad esempio Genesi e Deuteronomio, e che pertanto questo sia garanzia della sua particolare antichità fra tutti gli altri salmi. Tema centrale del Salmo 89 è la caducità della condizione umana, particolarmente avvertita e sottolineata dal confronto con l’eternità di Dio: il salmo è quindi un salmo di lamentazione, almeno nella sua prima parte, per divenire salmo di preghiera e di lode nella seconda parte. Infatti esso può con facilità essere diviso in due parti: la prima, costituita dai versetti 1-12, che è una struggente poetica riflessione sulla vanità della vita umana contrapposta all’eternità di Dio, dove è dominante, secondo Ravasi, il senso del “male di vivere”, e la sua stesura è dovuta probabilmente ad un anziano sapiente che così ha saputo scrivere una delle pagine più commoventi e profonde dell’Antico Testamento; la seconda parte (versetti 13-17) comprende una preghiera, una supplica collettiva per la restaurazione d’Israele, ma aperta alla fede e alla speranza di conforto e di una nuova duratura stabilità. Pertanto il salmo, pur con le sue amare riflessioni sulla vita e sulla condizione umana, non è espressione di disperazione né lamento senza un possibile conforto, ma al contrario esprime fede, fiducia, speranza e abbandono nel Dio della misericordia.

Commento
Parte prima (Versetti 1-12). La preghiera ed il lamento del salmista si aprono proprio, sull’onda del ricordo fino dagli albori della creazione, con un’espressione di fiducia: “Sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione”! Infatti i versetti 2 e 3 con splendida concisione rimandano alla memoria della creazione (e pertanto al 1° libro della Bibbia), sia del mondo intero (Genesi 1,1: “In principio Dio creò il cielo e la terra”) che dell’uomo, quando venne cacciato dal giardino dell’Eden (Genesi 3,19) ed anche alla generazione della sapienza creatrice (Proverbi 8,25ss). Nel versetto 3 in particolare appare il concetto del “ritorno” inteso come movimento dell’uomo verso Dio, che spesso si incontra nei salmi (vedi il n°79). Il tema dei tre versetti seguenti (4,5 e 6), che domina e affascina nello stesso tempo il salmista, è il mistero del tempo, questa creatura che travolge e annienta gli anni e i secoli, per cui un millennio svanisce – e qui lo scrittore usa immagini e similitudini una più bella dell’altra – come “il giorno di ieri che è passato” o “un turno di veglia nella notte” o “un sogno al mattino” oppure ancora “l’erba” col suo fragile destino (2a Pietro 3,8; Ebrei 1,10-12)… Un giorno, un turno nella notte, un sogno al mattino, in cui è travolto anche l’uomo che come l’erba “al mattino fiorisce e germoglia” e “alla sera è falciato” (Giobbe 14,1-2). Dal versetto 7 al versetto 12 c’è come l’esame di coscienza dell’uomo di fronte al mistero del tempo e della morte, che lo atterrisce e che sente come punizione: sì, la tristezza della condizione umana è dovuta al peccato dell’uomo che è la causa dell’ira divina (Deuteronomio 32,22)! E non può essere altrimenti, se Dio pone davanti a sé, “alla luce del suo volto” “le nostre colpe” e “i nostri segreti”! Ancora una volta il salmista torna a riflettere sul trinomio tempo-vita-morte: i “giorni svaniscono”, gli anni vengono consumati “come un soffio”; qual che sia il loro numero sono “fatica e delusione” comunque, e alla fine “noi voliamo via” (Qoelet 12,1-8). Il versetto 11 ci richiama al dovere, nel timore di Dio, di conoscere l’impeto della sua ira e della sua collera; ma nella Bibbia “temere Dio” equivale a “dare un senso religioso, trascendente, alla vita”; se recuperiamo tale senso religioso, noi potremo anche conoscere la potenza del disegno divino, la grandezza del suo amore e la miseria del nostro peccato e così guadagnare la chiave della vera saggezza, come fa capire il versetto 12, che è una supplica a Dio perché ci liberi dal “male di vivere” e ci insegni a contare i nostri giorni per ottenere la sapienza del cuore (Deuteronomio 32,29): infatti, essa è basata sulla conoscenza del valore e del significato vero dei nostri giorni e costituisce la salvezza dell’uomo, liberandolo dalla caducità propria del tempo e proiettandolo nell’eternità di Dio.
Parte seconda (Versetti 13-17). Fino a questo punto il Salmo 89 può sembrare un lamento senza speranza più che una preghiera, ma ora diventa una supplica fiduciosa a Dio: “Ritorna, Signore!”
Come nel Salmo 79 c’è anche qui accennato per due volte un movimento di “ritorno”: al versetto 3 si tratta di un comando di ritorno dell’uomo a Dio (“Ritornate, figli dell’uomo”), al versetto 13 c’è una supplica di ritorno di Dio all’uomo (“Ritorna, Signore”); in realtà è l’uomo che deve sempre e continuamente tornare a Dio per ristabilire una unità che è per lui vitale, essenziale. Si tratta anche di una preghiera aperta alla gioia perché aperta alla confidenza con Dio la cui fedeltà non viene mai meno. “Abbi pietà dei tuoi servi!” è dopo l’accorato “Ritorna!” la prima supplica riassuntiva a cui segue una serie – si potrebbe dire una litania – di richieste più particolari, ma profonde e poetiche: “Saziaci con il tuo amore” fin dal mattino per riempire di felicità tutte le nostre giornate; “Rendici la gioia” che abbiamo perduta durante anni e giorni di afflizione, di bisogno e di miseria (il ricordo del salmista va probabilmente ai quaranta lunghi difficili anni dell’Esodo; vedi Numeri 14,33-34); “Si manifesti il tuo splendore” delle tue opere per tutte le generazioni, perché non ci allontaniamo mai più da Te; “Sia su di noi la dolcezza del Signore!”…In tal modo l’uomo così fragile e precario, grazie alla fiducia e all’adesione a Colui che è eterno, parteciperà della sua forza indistruttibile e le sue opere acquisteranno nuovo valore, nuova stabilità, nuova durevolezza: “Rendi salda per noi l’opera delle nostre mani!”

Attualizzazione
 Dalle Catechesi di San Giovanni Paolo II sui Salmi: Salmo 89. L’antica tradizione cristiana commenta il Salterio tenendo sullo sfondo la gloriosa figura di Cristo. Così, nel Trattato sui Salmi di Origene, è la risurrezione di Cristo a darci la possibilità, intravista dal Salmista di “esultare e gioire per tutti i nostri giorni” (versetto 14). E questo perché la Pasqua di Cristo è la sorgente della nostra vita oltre la morte. Origene scrive: “Dopo esserci allietati per la resurrezione di nostro Signore, mediante la quale crediamo ormai di essere stati redenti e di risorgere un giorno anche noi, ora, trascorrendo nella gioia i giorni che ci rimangono della nostra vita, esultiamo per questa fiducia, e con inni e cantici spirituali lodiamo Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”
 L’autosufficienza e l’esperienza del limite nella cultura contemporanea. Oggi l’uomo si sente autosufficiente e quasi privo di limiti, tali sono i progressi scientifici e tecnologici da lui raggiunti. Il Salmo 89 ci insegna proprio ad affrontare con intelligenza e profondità la cultura contemporanea, ammonendoci a “contare i giorni”, cioè a misurarci con la realtà quotidiana, anche se problematica e dolorosa, in modo da carpire il mistero della vita e del tempo, raggiungere la sapienza del cuore ed approdare ad una soluzione di salvezza. Perché le domande e i problemi che sorgono dell’esperienza dolorosa della vita non siano ostacolo, ma sprone al dialogo con Dio, l’Infinito, l’Assoluto. Il Salmo ci suggerisce anche come la esperienza dei nostri limiti, che ci mostra la nostra insufficienza, se da un lato sottolinea la nostra piccolezza, dall’altro ci dice che alla sua radice c’è un Altro da cui abbiamo ricevuto in dono tutto il nostro essere: un dono pertanto duraturo, destinato all’eternità con Lui…


Spunti di riflessione
 Il senso della nostra umana caducità costituisce ostacolo o spinta e introduzione alla fede?
 Che rapporto abbiamo con il tempo? Lo usiamo in modi e per fini giusti o lo “passiamo”?
 Sappiamo “contare i nostri giorni” o li lasciamo passare con indifferenza, apatia e noia?
 Sappiamo di dover tornare a Dio; ma sappiamo tornare a Lui in vita o chiedergli di tornare?
 iò che facciamo ha durevolezza e valore o è destinato a durare lo spazio d’un mattino?


12° Incontro - S A L M O 9 1

Fin dalla sua intestazione (versetto 1) il Salmo 91 rende manifesto il suo uso liturgico: infatti viene subito presentato come “canto”, non semplice salmo dunque, previsto “per il giorno del sabato”, il settimo giorno, che per gli Ebrei secondo la Bibbia era il giorno di Dio, cioè il giorno dell’eternità, quando tutta l’attività umana si compie, si ferma, si riposa nel sabato eterno, il sabato senza vespro. C’è questo legame fra il sabato e l’eternità: iniziare il sabato significava in certo senso entrare nella eternità e questo Salmo veniva cantato nel Tempio o nelle sinagoghe come segno del futuro in cui la preghiera doveva introdurre. È infatti un salmo, anzi un canto di lode alla grandezza, alla fedeltà ed alla sapiente giustizia di Dio che condanna gli empi e premia i buoni; ma la giustizia non può essere altrimenti associata che all’eternità; è per questo che il Salmo 91, proprio del sabato, canta il sabato di Dio, il sabato eterno, il tempo senza tempo, quando tutto sarà compiuto. Esso si può dividere in due parti: una prima parte (versetti 2-6) in cui si celebrano col canto e con la musica in sequenza il nome, l’amore, la fedeltà, le opere e i pensieri di Dio; una seconda parte (versetti 7-16), che è quella centrale, occupata dal confronto tra il giusto e l’empio davanti a Dio, con i loro diversi destini. C’è tuttavia il versetto 9, che nel mezzo del discorso sui malvagi innalza ancora un gloria di lode a Dio, quasi a spezzare il buio con un raggio di luce… A chi solleva il dubbio sulla visione ottimistica che il Salmo presenta della classica dottrina della retribuzione (il giusto è premiato e il malvagio punito) basta presentare la distinzione fra il tempo (la vita, la storia) in cui tale dottrina è fin troppo sovente contraddetta, e l’eternità, in cui al contrario si realizzerà pienamente.


Commento
Parte Prima (Versetti 2-6): l’apostolo Paolo nella sua 1a Lettera ai Tessalonicesi 5,16-18 ci esorta in tal modo: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie”! È quanto ci dice, con altre espressioni, il salmista, fin dall’inizio di questo Salmo: l’atteggiamento del credente, dell’uomo di Dio, è, infatti, quello di porsi sempre davanti a Lui in una continua preghiera di lode e di ringraziamento per la sua sapienza e per le sue opere stupende…Nei primi sei Versetti del Salmo si snodano in sequenza i motivi della lode e del canto all’Altissimo: il suo “nome” (cioè a dire il suo essere, la sua esistenza), il suo “amore”, la sua “fedeltà”, le sue “meraviglie”, le sue “opere” e i suoi “pensieri”. È bello per il credente “rendere grazie al Signore”, “cantare” a Lui, “annunciare” a tutti che Egli è amore e fedeltà d’amore. Ma non basta! Il salmista ci invita a farlo senza interruzione, sia “al mattino” per dare un’impronta a tutta la giornata, sia “lungo la notte” a fugare incubi e terrori. È così bello tutto ciò, che non solo dovremmo recitare il nostro poema di lode con l’aiuto di strumenti musicali, ma piuttosto cantarlo accompagnandoci con dolci strumenti a corda (arpe, cetre e altri). Il motivo del ringraziamento e del canto è la gioia provocata dalle meraviglie che il Signore compie, dalle opere delle sue mani e dai suoi pensieri profondi (versetti 5-6); il salmista cioè ci sprona alla lode non solo di ciò che si vede delle opere di Dio, ma anche di ciò che è invisibile, nascosto nella profondità dei suoi pensieri (vedi anche Lettera ai Romani 11,33-36); sembra suggerirci anche che mediante la preghiera e la lode di Dio la vita dell’uomo diventa bellezza, festa e canto capaci di rallegrare lo spirito…
Parte seconda (Versetti 7-16): in questi dieci versetti (per la verità nove, perché proprio il versetto 9 è un’esclamazione a parte) viene sviluppato il tema del confronto fra l’uomo giusto e l’uomo empio di fronte a Dio, cominciando da quest’ultimo. In questa traduzione lo si definisce “insensato”, mentre Ravasi usa il termine “bruto”; in ambedue i casi si tratteggia la figura dell’uomo stolto, che rinuncia alla propria intelligenza e vive come le bestie, sgretolando la propria dignità e degradandosi. Un uomo così non può conoscere, né tanto meno capire i pensieri di Dio; egli è insensibile ai valori umani e non può capire e celebrare con la preghiera di lode le “meraviglie” del Signore: non si accorge di Dio che passa nella storia degli uomini e d’ogni uomo (Sapienza 17,1). Il Salmista usa, per fare il ritratto dell’empio, l’immagine presa dal mondo vegetale e tanto frequente nei Salmi: quella dell’”erba” che spunta e fiorisce in fretta, ma che inesorabilmente è destinata a morire e a seccare polverizzandosi. Dunque la prosperità ed il successo del malvagio è solo un’effimera parvenza destinata alla rovina eterna. Ed è a questo punto che il Salmista, prima di descrivere la sconfitta e la dispersione finale dei nemici di Dio, prorompe in un grido di gioia con il versetto 9: “ma tu, o Signore, sei l’eccelso per sempre”! A questa vittoria definitiva di Dio sul male accennano diversi passi del Vecchio Testamento (vari Salmi e in particolare 1° Samuele 2,10) ed anche del Nuovo: basta rileggere il testo del “Benedictus” e del “Magnificat”. Gli ultimi sei versetti del Salmo sono dedicati a descrivere la figura e il destino del giusto, del fedele, che viene ritratto come un giovane, potente atleta cui è stata da Dio donata la “forza di un bufalo” (simbolo di potenza e di solidità) e che è stato “cosparso di olio splendente”, sia per esaltarne la bellezza, come per difenderlo dai dardi del sole o dalla presa dei suoi avversari che lo assalgono, cercando di afferrarlo e immobilizzarlo. Ma essi andranno incontro alla sconfitta e alla rovina, mentre il giusto – continuando il salmista nell’immagine presa dal mondo vegetale – “fiorirà come palma” (simbolo di riposo, refrigerio e di fecondità) e “crescerà come cedro del Libano” (simbolo di solidità, imponenza, maestà). Palma e cedro sono diversi dall’erba del prato, perché le loro radici affondano nella terra sacra del Tempio, affondano in Dio stesso e ne traggono linfa vitale. Per questo i giusti non temeranno le insidie del tempo e “daranno ancora frutti” in vecchiaia (Salmo 1,3; Geremia 17,7-8) e potranno continuare sempre a cantare lodi, “salmi e cantici spirituali” a Dio, bontà e giustizia infinita (Deuteronomio 32,4; Apocalisse 16,5-7).

Attualizzazione

 Dalle Catechesi di San Giovanni Paolo II sui Salmi: Salmo 91. Il riferimento agli strumenti musicali del versetto 4 ha spinto Sant’Agostino a questa meditazione […] sul Salmo 91: “Che significa, fratelli, inneggiare col salterio, strumento musicale munito di corde? Nostro salterio è il nostro operare. Chiunque con le mani compie opere buone inneggia a Dio con il salterio. Chiunque confessa con la bocca canta a Dio. Canta con la bocca! Salmeggia con le opere!...Ma allora chi sono coloro che cantano? Coloro che compiono il bene in letizia. Il canto infatti è segno d’allegrezza. Che cosa dice l’apostolo? ‘Dio ama chi dona con letizia’. Qualunque cosa tu faccia, fallo con letizia. Allora fai il bene e lo fai bene. Se invece operi con tristezza, sia pure che per tuo mezzo si faccia del bene, non sei tu a farlo: reggi il salterio, non vi canti”
 Preghiera incessante. Vuol dire unire la nostra persona e la nostra vita in un atteggiamento positivo di gioia e di gratitudine che può e deve trasformare in un certo senso il nostro modo di vivere e di esistere in una musica, in un canto gradito e confortante. Però questo modo di fare e di essere ci chiede di annunciare la ragionevolezza della fede, la corrispondenza della Parola di Dio con le esigenze della nostra intelligenza ed il nostro bisogno di felicità.
 Responsabilità. Numerosi e grandi sono i doni che il Salmo riconosce all’uomo di fede: la comunione e l’amicizia con Dio sono come “la forza di un bufalo” nel nostro mondo fatto di fragilità e d’incertezze; l’uomo di Dio diventa così più forte della vecchiaia e della morte ed acquista una grande libertà nei confronti delle cattiverie del mondo. Egli infatti vive e già partecipa dell’eternità, dell’eterno sabato.

Spunti di riflessione
 Sappiamo “annunciare al mattino e lungo la notte” la nostra fede senza interruzione?
 Quali sono le “meraviglie” del Signore e le “opere delle sue mani” che ci danno gioia?
 Perché in questo Salmo solo i malvagi sono paragonati all’erba, e non tutti gli uomini?
 Cosa significa per noi l’espressione “piantati nella casa del Signore” (Versetto 14)